Il racconto che segue è stato inserito nel PslA 2009 (se clicchi scarichi il pdf) di Sir Squonk. Mi fa piacere condividerlo anche qui poiché nelle intenzioni sarà uno dei racconti che leggerò sabato 19 alla libreria Massena 28 in combutta con il maestro Mauro Battisti.
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Verso tutti gli altrove
Il carro funebre fece manovra nel piazzale dell’obitorio e si avvicinò in retromarcia al portone di servizio.
Il dottor Lanfranchi aspettava appoggiato al muro; spense la sigaretta e attese che il mezzo si fosse fermato prima di avvicinarsi al portellone. L’autista scese, strinse la mano al medico e intascò i duecento euro che gli erano rimasti in mano dopo il saluto. Entrambi si guardarono intorno: era la sera della vigilia di Natale e la collina su cui sorgeva l’ospedale era immersa nel silenzio già dalle nove. Poi si accesero una sigaretta, perché avevano deciso che era meglio comportarsi come al solito per non dare nell’occhio.
Tecnicamente, Lanfranchi si era comprato un morto.
Ma le cose non stavano proprio così.
La neve cominciò a cadere mentre si salutavano. Lanfranchi rimase a guardare il mezzo che si imbiancava a mano a mano che spariva oltre il cancello, poi spinse la barella lungo il corridoio fino al frigorifero e vi trasferì il corpo senza la minima fatica. Restò a lungo a guardare Giovanni, il suo amico Giovanni, il suo unico amico Giovanni, o quanto ne restava, appeso a uno scheletro che non faceva nulla per dissimularsi sotto alla pelle tesa e giallastra.
Lanfranchi tornò in ufficio, chiuse la porta e rilesse per la centesima volta la lettera che aveva ricevuto qualche mese prima: Giovanni gli chiedeva di chiarire il loro “misterioso segreto” prima di provvedere a una qualunque sepoltura, o altro uso ritenuto meritevole, del suo corpo. L’ultima parte della lettera era la più incomprensibile, ma Lanfranchi era deciso a rispettare i desideri dell’amico anche a costo di sentirsi uno scemo totale.
Tornò a riprendere Giovanni verso le undici e mezzo, contando sul fatto che sarebbe arrivato al dunque più o meno a mezzanotte, l’ora stabilita dall’amico per la stramberia della musicassetta.
La luce della scialitica sul corpo nudo era impietosa, quella minima dignità fornita dal telo, lì nel frigo, si era persa nel passaggio al tavolo d’acciaio. Lanfranchi dovette uscire a farsi un’altra sigaretta, era a corto di fiato per via dell’emozione, non si sentiva più sicuro di volerlo fare. Con gli occhi fissi alla neve che continuava a scendere lenta, ripensò ai trentacinque anni di amicizia con quell’uomo ombroso che adesso se ne stava impassibile ad attendere una qualche verità dal suo bisturi: una storia cominciata anni prima, quando Giovanni si era presentato da lui dicendogli che non sentiva più il battito del proprio cuore.
Lanfranchi soffiò l’ultimo filo di fumo e rientrò rabbrividendo.
Restò per qualche minuto con la bocca spalancata e lo stomaco stretto in un pugno. Nel torace aperto di Giovanni non c’era il cuore, nemmeno uno, ma in compenso si vedevano, o meglio si intravvedevano, degli oggetti.
Lanfranchi lo sapeva, lo sapeva da almeno dieci anni, forse di più, ma in fondo in fondo aveva sempre pensato – contro ogni evidenza – che se l’avesse aperto si sarebbe trovata una ragione logica soddisfacente. E invece se ne stava lì in piedi, a decidere se credere nella magia o dichiararsi pazzo.
Era stato per amicizia che non l’aveva segnalato alla comunità scientifica, o per tenere lontano da sé il sospetto di essere il compare di un fenomeno da baraccone?
Affondò le mani nel petto dell’amico e afferrò un oggetto sferico, grande come una pallina da ping pong. Non fece nemmeno in tempo a poggiare la pallina su di un vassoio alla sua sinistra che questa gli crebbe all’improvviso fra le mani e si rivelò un pallone da basket. Lasciò cadere il pallone come se fosse stato incandescente, col risultato che il pavimento si colorò di vistosi pois rossi. Poi finirono i rimbalzi e tornò il silenzio.
Nei minuti successivi uscirono allo stesso modo dal petto di Giovanni due ingrandimenti fotografici in cornice, un libro della Sellerio, dei mandarini (cinque o sei almeno), alcuni spartiti, un plettro, tre pesci rossi e uno specchio con il manico. Riconobbe i pesci rossi lo fecero sorridere: Giovanni li chiamava Bloody Sunday, e quando lui chiedeva quale dei tre avesse quel nome, Giovanni rispondeva tutti e tre, e poi rideva.
Una volta svuotata la cavità toracica, Lanfranchi smosse con il dito una sostanza densa e frammentaria: sembrava limatura di ferro.
Il registratore della Grunding si stava godendo la pensione da anni nel ripostiglio delle scope, quando Lanfranchi era andato a chiedergli un ultimo sforzo prima di un oblio probabilmente definitivo. Pensava che i suoi nipoti, i cinque figli di sua sorella maggiore, non se lo sarebbero litigato, anzi, avrebbero tentato di piazzarlo su eBay prima di fargli fare un giro alla discarica.
Dentro alla custodia della cassetta c’era un foglietto che serviva da copertina, all’esterno era scritto solo La Canzone, dentro c’era scritto invece: sono io quello che parla all’inizio, non farti venire un colpo. Grazie di tutto. Tuo Giovanni.
Lanfranchi controllò l’orologio e aspettò che mancassero cinque minuti a mezzanotte, poi inserì la cassetta e premette il play.
Dopo alcuni rumori di un microfono che veniva posato e sistemato su un tavolo, la voce di Giovanni invase la sala:
«Ciao segaossi, non so come ringraziarti per quello che stai facendo, ma lo saprò ancora meno quando mi starai ascoltando, quindi grazie adesso subito e amen. Tra poco, dopo tre beep comincia una canzone, l’unica che mi sia mai piaciuto ascoltare perché per il resto posso vivere benissimo senza musica. Lei tu l’hai conosciuta, sai che era schiva e detestava qualunque forma di esibizionismo, ma quello che non sai è che nonostante questo, un anno per Natale mi ha regalato un nastro nel quale aveva cantato una canzone per me. E io ho sentito che quello era il regalo che avrei voluto per tutti i Natali da lì alla fine del mondo, anche perché io le avevo appena detto di non poterla amare, che senza cuore non si può. E sai cosa mi ha risposto? Che l’amore non è nel cuore, l’amore è il cuore. Ecco, per questo voglio che tu la faccia suonare il prossimo Natale, subito dopo avere sgombrato il mio petto dalle cose che mi hanno tenuto aggrappato fino ad ora a questo mondo. Voglio andarmene definitivamente, senza le catene dei ricordi, voglio essere libero di andarla a cercare, perché mi rifiuto di credere che fra me e lei sia finito tutto solo perché siamo stati progettati per essere a termine. Insomma proviamoci, tanto che cosa abbiamo da perdere? Tu sei talmente rompipalle che di carriera non ne hai fatta e non ne farai, perciò, nella peggiore delle ipotesi ti costringono ad andare in pensione con un paio d’anni d’anticipo. Che potrebbe anche essere la tua fortuna, visto che sei diventato vecchio senza che ti sia passata la passione del lavoro. Ecco, senti… fai quello che puoi, io adesso mi prendo un altro po’ di ossigeno. Ciao»
beep beep beep
La musica riempì il silenzio del reparto come un sospiro caldo, un’onda lenta e rarefatta che copriva progressivamente il ronzio dei frigoriferi, tale e quale alla risacca pigra della bassa marea.
Il petto di Giovanni ebbe un sussulto lieve ma visibile. Lanfranchi provò un brivido, soprattutto dopo che una pallida luce azzurrina si sollevò di una spanna dalla ferita.
La voce della donna si sovrappose a quella della cantante e le parole raccontavano di un amore senza condizioni, gratuito come solo i grandi amori sanno essere, e di tutte le cose incredibili che lei stava per fare così che lui non avrebbe mai e poi mai potuto dubitare del suo amore.
Quella che Lanfranchi aveva battezzato limatura di ferro si sollevò dal petto fino a raggiungere il centro della luce e cominciò a muoversi, fluttuando come i capelli di una sirena risvegliatasi da un lungo sonno.
Lanfranchi non sapeva se fuggire prima di credere alla propria pazzia o semplicemente distogliere lo sguardo per quella discrezione che si deve al manifestarsi dell’amore assoluto.
La limatura cominciò a danzare. Le figure che componeva dentro al globo di luce erano in qualche loro modo segreto la risposta alle parole della voce amata, incalzanti nella loro incontenibile mutevolezza, sempre più gioiose, sempre più commoventi.
All’ultima nota della canzone, la limatura fu colta da un’esplosione leggera e ricadde sul pavimento tutto intorno a Giovanni. La luce invece si fece più intensa e cominciò a ruotare su se stessa finché divenne poco più che un disco azzurrino: si abbassò un’ultima volta quasi a sfiorare il corpo definitivamente morto di Giovanni e infine si diresse lentamente verso la porta che dava sul corridoio principale.
Lanfranchi seguì il disco luminoso lungo tutto il corridoio, riuscì perfino ad avere la presenza di spirito di infilare un braccio dentro allo studio e acciuffare il suo giaccone imbottito, prima di ritrovarsi a percorrere un lungo tratto di sentiero in salita nel bel mezzo del bosco che si estendeva fino in cima alla collina dietro l’ospedale. Nemmeno il freddo pungente e il dubbio che non avrebbe più ritrovato la via per scendere, una volta che la luce si fosse liberata di lui, lo indussero a desistere. Camminava totalmente soggiogato dalla bellezza del disco che sembrava aspettarlo ogni volta che lui rallentava, protetto dallo sguardo del mondo dall’eccezionale intensità della nevicata le cui larghe falde si posavano al suolo dipinte dell’azzurro della luce.
Appena il sentiero tornò in piano, Lanfranchi capì di essere sbucato a fianco del vecchio cimitero: non aveva bisogno di seguire la luce per capire dove fosse diretta, era perfino ovvio e necessario. Come qualunque altro amore assoluto.
Restò fuori dal muricciolo che costeggiava il lato ovest del cimitero: intuì, più che vedere, la sfolgorante luce bianca che si levò da una delle tombe confondendosi col biancore della neve che cadeva.
Le luci si sovrapposero, si compenetrarono e infine rotearono al punto da fondersi in un colore che non era la loro somma, ma il cui nome sembrava non esistere nel vocabolario, pur molto ricco, di Lanfranchi.
La parte magica di Giovanni e del suo amore sorvolarono l’amico, lo avvolsero per un lungo momento nel loro morbido abbraccio per poi sparire in un attimo, dissolti nella notte e diretti insieme, così volle credere Lanfranchi da quel giorno in poi, verso tutti gli altrove.


“l’amore non è nel cuore, l’amore è il cuore.”
posso incollarlo sul mio blog, sul mio feed, sul mio tumblr – quotando l’autore, ça va sens dire?
un tuffo in un’atmosfera stephenkingiana, se il paragone non ti offende (a me lusingherebbe), con spruzzatine di nonsense tipicamente gaspariniane.
what more?
Lusinga anche me, grazie
ho ringraziato un mio amico per aver condiviso su fb questo racconto. ha portato luce nel mio cuore. mi è capitato di leggerlo alle 7 del mattino mentre dalla finestra vedevo i raggi di sole che lentamente salivano. ho provato per qualche attimo una serenità infinita.
grazie
L’ho letto in un giorno di neve, in un ambiente freddo e mi sono ritrovato un bisturi in mano!
Che dire caro Mauro, non ti paragono a nessuno e spero che questo ti lusinghi!
Ciao
Un amico dal passato