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La Signora Felicità

Vera, che al circo tutti chiamano la signora Felicità, a vederla entrare nel carro delle donne compasso, fa impressione: tanto le une incantano per la precisione del gesto che disegna ancheggiamenti ipnotici, quanto l’altra lascia sgomenti per quel suo incedere dinoccolato e incerto che dà sempre la sensazione di vederla cadere ripiegata su se stessa come un cartellone pubblicitario scollato.
Avvisare i nuovi arrivati al circo Felicità, per impedire che il loro inevitabile stupore ferisca la sensibilità della padrona, spetta all’uomo periscopio il quale, va detto, attende al suo compito con un’aria insolitamente compita e vagamente colpevole, che si trasforma, man mano che procede col racconto, in una intenerita commozione.
Se mai vi capitasse l’onore di essere assunti al circo Felicità, verreste a sapere, ancor prima di avere disfatto la valigia, che la storia della signora Felicità coincide con la storia del suo circo e che la storia d’amore fra il giovane Werther Felicità e la di lui consorte era cominciata antanni prima in un pomeriggio di settembre, al Festival della Tristezza che allora si teneva annualmente sulle rive del lago di Malinconia.
In quella occasione Werther era in concorso per l’assegnazione di numerosi premi, fra cui il premio Comicità in Solitudine e il premio Giocoleria della Rassegnazione, ma non ne vinse nessuno, battuto di numerose lunghezze dal famosissimo Gigante col cuore pigmeo.
Vera in quell’occasione notò il giovane Werther, percepì i suoi dolori, e pur apprezzandone l’aspetto e il portamento, decise che nulla di buono sarebbe venuto dal loro incontro se prima lei non fosse stata in grado di cambiare definitivamente la vita di quel giovane i cui occhi non si erano mai fatti una risata. Così si prese una pausa dalla carriera circense e per prima cosa partì per un breve viaggio attraverso città e campagne di tutte le nazioni del mondo, riuscendo a riunire, in capo a qualche settimana, una discreta compagnia.
Non vi stupisca la sua inusitata velocità: tra i primi ad essere scritturati ci furono gli angeli acrobati che l’assistevano negli spostamenti portandole l’anima a turno e spingendo il suo esile corpo nei segretissimi corridoi del tempo abbreviato.

Passarono mesi di intensi allenamenti e duro lavoro preparatorio, ma alla fine Vera si sentì pronta al grande passo: invitò Werther al suo accampamento e per prima cosa lo baciò.
Werther fu come colpito da una scarica di pace, ricambiò il bacio, poi sorrise e rimase in quieta ebetudine ad assistere allo spettacolo che era stato preparato solo per lui.
Ogni numero era stato concepito per alleggerire l’animo dello spettatore, per restituirgli un respiro sereno e convincerlo della concreta possibilità di essere felice. Alla fine, quando si spense l’ultimo entusiastico applauso del gioioso Werther, Vera lo invitò nel suo carro per l’ultima attrazione, quello migliore, dopo il quale intendeva offrirgli la conduzione del circo e tutto il resto della propria vita.
Fra gli artisti del circo Felicità, anche se il nome sarebbe arrivato soltanto di lì a poco, si diffuse una certa contrarietà per essere stati esclusi dal momento topico della serata.
A dire il vero ci fu un tentativo di voyerismo, poiché l’uomo periscopio si era offerto di prestare il suo talento a chiunque avesse voluto guardare attraverso i suoi occhi; solo che il pertugio sul quale posare l’occhio è dove ben lo immaginate e il primo a cimentarsi volle essere l’uomo cactus. Il parapiglia che ne seguì indusse tutta la compagnia a una fuga precipitosa.
Fu quindi l’uomo periscopio l’unico a vedere, anche se solo per qualche istante, la felicità dipinta sul volto del giovane Werther, mentre Vera si liberava dei suoi morbidi abiti e dimostrava, spalancando le braccia, perché il suo nome d’arte era stato “la donna ventaglio”.
Bentornato a casa, aveva sussurrato all’incredulo ed estatico Werther.

Il mattino successivo il circo aveva trovato il suo primo e unico direttore oltre a un nome che era innanzitutto, come abbiamo già detto, un manifesto programmatico, una dichiarazione d’intenti, una promessa mantenuta.

Non sono e non sarò mai un buon testimonial della rete, del social e di tutto quello che ci gira intorno: ho sempre ricevuto molto più di quello che ho dato, sia in termini di rapporti umani che di occasioni.
Tuttavia, se me ne sto qui a scrivere questo post del tutto inutile, è per abbracciare un’amica e i suoi due figli, Annalivia e Francesco, nell’unico modo che conosco: con delle parole che fanno da canotto a un ricordo.

L’amica di cui parlo è Lorenza Boninu, blogger fra le più antiche, una delle prime che ho letto.

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Sputare il rospo

Avevo un cane che mi amava di un amore devoto, profondo e totale.
Ogni volta che ero seduto a tavola, il mio cane aspettava che mi cadesse qualcosa di bocca per mangiarlo come fosse stato ambrosia; perfino se in giardino, dopo cena, sputavo sull’erba la mia tosse grassa di fumatore, lui correva a leccarla con amore canino.
Il padrone, per un cane, è Dio. Non c’è niente da dire.
Poi un giorno ho cominciato a sentire che dovevo liberarmi di cose che mi stavano sul gozzo, e tra il lusco e il brusco ho sputato il rospo.
Il mio cane, che mi amava come fossi stato Dio, è corso a leccare anche il rospo, quello si è trasformato in principe e adesso il mio cane ha un nuovo padrone.
Ho sentito che sognano di andare a Sanremo.

La Règle du Roman

Quando finalmente il pubblico è sorridente e ben disposto, Werther Felicità fa il suo ingresso trionfale al centro della pista spalancando i cuori, in un tripudio di applausi che quasi sempre ammutoliscono l’orchestra.
Alto, corpulento, debordante nel suo frac turchino, intrattiene gli spettatori svelando loro le ansie, le paure e le gioie degli artisti che stanno per esibirsi, finché si stabilisce tra i presenti un unico sentire che dilata i sensi e sviluppa un’energia compatta che dona a ciascuno l’infinito sollievo e l’immensa soddisfazione del risultato raggiunto.

Uomo meraviglioso, Werther Felicità, solido di un passato che chiede soltanto di essere raccontato e di un presente pieno e felice, scandito dai suoi do di petto, dai lunghi viaggi, dagli spettacoli di giro, dalle sonore risate e dalla lettura di infiniti romanzi.
La lettura di romanzi, che Werther Felicità chiama confidenzialmente libri, rappresenta la vera e unica “regola” del circo Felicità: nessuno viene lasciato indietro, tantomeno quando si tratta di far crescere lo spirito. Poiché lo spirito non può crescere senza una totale condivisione, non si comincia un libro nuovo finché tutti – dal più celebrato degli artisti all’ultimo dei lavoranti- non hanno finito quello vecchio. Ancora però non basta, perché anche i cavalli devono sentire la storia: così fanno a turno a leggergliela ad alta voce prima di passare al libro successivo.
Accadde un giorno che l’uomo con la testa a missile e il nano gambalunga non fossero d’accordo sul senso da dare a un pensiero espresso nel romanzo Amicizia e lealtà, intorno alla frase “si fa così presto a giudicare che non c’è bisogno di capire” abbiano cominciato a discutere molto animatamente; Werther Felicità convocò una riunione serale urgente subito dopo lo spettacolo. Non lasciava mai che il rancore avvelenasse l’aria dell’intera troupe.
Tutti concordarono sul fatto che l’interpretazione corretta fosse quella del nano gambalunga, e subito dopo guardarono a Werther Felicità perché sancisse con una sentenza ovvia e scontata il vincitore della disputa.
Poiché l’uomo con la testa a missile, disse Werther Felicità, non è ancora convinto delle ragioni del nano gambalunga e poiché le convinzioni della maggioranza non sono più vere solo perché più condivise, stabilisco che il nostro prossimo viaggio preveda una deviazione fino a Parigi per andare tutti dallo scrittore, fortunatamente ancora vivente, e apprendere dalla sua voce la verità.
Parigi tuttavia è lontana, anche per un circo in eterno movimento come il Circo della famiglia Felicità, così fu chiamato l’uomo onniglotta. Costui si mise al lavoro il giorno successivo, usò tutti gli idiomi necessari e in poche ore organizzò il volo più singolare che si sia mai visto: libellule, merli, passeri, api, farfalle, cinciarelle, pettirossi, coccinelle e quattro splendide cicogne sollevarono uomini, carri e cavalli e puntarono lievemente verso nord.
Così fu fatto e in capo a due mesi il circo intero attraversò l’Arc de Triomphe per poi accamparsi in Place Pigalle.
L’autore, un signore minuto, smarrito in un pesante paletot e protetto da occhiali molto spessi, ascoltò attentamente i termini della questione mantenendo accesa una grossa pipa a cui sembrava aggrappato. Quando i due contendenti ebbero finito di esporre le loro diverse interpretazioni, lo scrittore se ne stette a lungo in silenzio, poi si alzò in piedi – forse per dare più importanza alle sue parole – e disse di non avere mai considerato la questione in quei termini, che non immaginava ci fosse qualcosa di così elevato nella sua scrittura e che forse, messa sotto quella nuova luce, avrebbe potuto trasformarla in un’arte, perfino. Quindi si mosse quasi con un balzo e s’incamminò verso casa borbottando qualcosa a proposito degli insospettati sviluppi che aveva assunto quello che gli pareva un mestiere tutto sommato noioso e ripetitivo.
Da quel giorno fu stabilito che tutte le opinioni, purché motivate e sentimentalmente sostenute, fossero da considerarsi valide, così che le discussioni divennero più serene e le deviazioni furono fatte solo per andare a trovare scrittori già morti, giusto per portare un fiore sulla loro tomba, lasciando i viventi a maturare le loro convinzioni.

Prima dello spettacolo

Le ore che precedono uno spettacolo sono delicate come in qualunque altro circo del mondo e il laborioso silenzio degli attrezzisti è denso come un tuffo nel caramello.
L’unico a comportarsi come sempre è il fondatore e direttore del Circo Felicità, Signor Werther Felicità, fine conoscitore di pubblico ed eccellente cantante d’opera che scandisce l’allestimento del grande tendone con una serie di do di petto. Per i lavoranti quelle note poderose sono la garanzia che stanno procedendo nei tempi previsti, almeno finché non cominciano a diventare troppo ravvicinate; per gli artisti invece funziona da rasserenante istantaneo, poiché tutti ricordano ancora di quando con la sola voce Werther Felicità contrastò la forza di un uragano e fece precipitare al suolo in mille pezzi qualche ettaro di cielo poco prima che l’intero circo e tutta la sua gioiosa umanità fosse risucchiata dal vortice; e ricordano anche come l’onda d’urto della lunga nota emessa si fosse propagata per mare e per terra facendo vibrare le navi come diapason, staccando dalle palme africane cocchi per nativi pigramente stesi al sole, mentre la marea montante lambiva i loro piedi affaticati e depositava una pesca quasi miracolosa per saziare anche i poveri del villaggio, piegava il grano americano disegnando sul terreno grandissimi sorrisi fino a giungere, come l’eco dell’origine del mondo, nel cuore dell’Asia e incoraggiando, con l’ultimo soffio, una farfalla a un pigro battito d’ali.
Dieci minuti prima dell’inizio dello spettacolo, Werther Felicità raduna tutti gli artisti e li invita a ringraziare i colleghi montatori, che tanto si sono prodigati per rinnovare il privilegio di praticare in forma di lavoro il piacere che costituisce la loro vocazione.
Fatto questo, inguainato nel suo vistoso frac turchino, va a sbirciare dal sipario l’umore di fondo della platea e quasi sempre – al nord la gente cena spesso a polenta e musi lunghi – si fa precedere dall’uomo cactus, nel suo ruolo accessorio di lanciatore di sorrisi, per garantire alla compagnia una serata degna di essere goduta.
Lanciare sorrisi è un esercizio di grande precisione e consiste nel centrare gli spettatori per liberarli dalle legature che trattengono la loro felicità. Il suo compito è mille volte più difficile di quello di qualunque altro lanciatore – dice spesso Werther Felicità mentre si accarezza il pancione florido – poiché al lanciatore di coltelli è richiesto di sbagliare il bersaglio, mirando agli infiniti punti che gli stanno intorno, mentre il lanciatore di sorrisi ha un solo punto valido a sortire lo scopo. E ride, Werther Felicità, arricciandosi le punte dei baffoni stile impero, e di solito racconta compiaciuto di quella volta che, durante le prove, un attrezzista venne colpito accidentalmente (pare si fosse spostato appena per non pestare una formica), e fu scambiato a lungo per un cinese da quanto gli ridevano gli occhi.

Felicità è un nome d’arte, di più, un manifesto programmatico, una dichiarazione d’intenti, una promessa mantenuta.
Il Circo Felicità viaggia leggero, non usa gli animali, ma a ogni sosta sfama con piacere gatti denutriti, cani randagi, roditori con l’artrite e ogni tipo d’uccello che si adatti a becchettare briciole e bacche di sambuco.
È un circo di persone, ma anche di creature più che magiche: accanto alla donna con tre gomiti, al nano gambalunga e all’uomo con la testa a missile, c’è, solo per dirne una, il numero degli angeli acrobati. Costoro, colorati e lievi fantasisti, si aggregano alla compagnia quando per errore vengono assegnati a un ateo con regolare permesso.
Anche la presenza in pista dell’uomo cactus, contrariamente a quanto speravano i proprietari del circo, è stata per alcuni anni saltuaria poiché le spine gli spuntano solo quando è molto innamorato, cosa che purtroppo al dunque si rivela di problematica gestione, considerato che l’arbusto più spinoso è anche quello più indispensabile alle notti d’amore. Fortunatamente al Circo Felicità nessuno viene lasciato a se stesso: dopo lunghe ricerche è stata scritturata nella compagnia la costosissima attrazione della donna callosa. Gente coraggiosa i Felicità, perché la donna callosa bisogna pagarla con mille baci al giorno: ad oggi, tuttavia, l’uomo cactus – che è anche tesoriere e abile lanciatore di sorrisi – non ha saltato un solo pagamento.

La famiglia Felicità va sempre piuttosto piano, piano quanto può consentirlo il passo dei suoi cavalli che procedono – per procedere procedono, bisogna riconoscerglielo – aggiogati al contrario perché temono la solitudine; hanno il bisogno di non perdere di vista il cocchiere, che della strada ne sa più e meglio di loro. Strane bestie, possenti e riservate, sbirciano di tanto in tanto il gran panorama che si lasciano di fronte se il guidatore tenta di fissarle negli occhi.
E viaggiano, viaggiano molto, si direbbe che chi organizza la loro turnè sia un po’ tocco, non c’è mai una piazza che disti dalla precedente meno di mille chilometri, cosìcché il circo è sempre in movimento per strade poco battute, in modo da evitare i pericoli e amplificare il piacere dell’andare.
Eppure il circo Felicità non corre il rischio di annoiarsi: ogni sera un villaggio, ogni villaggio una piazza, ogni piazza una festa, un brindisi, qualche numero e molti abbracci. E gratitudine, quella in quantità smoderata, perché al Circo della famiglia Felicità ogni sorriso strappato alla solitudine, ogni risata rubata alla tristezza, ogni passo di danza soffiato alla pigrizia, rendono lieve la vita degli artisti più di mille spettacoli con pubblico pagante.

Così è la vita del Circo Felicità, leggera fino a tarda notte, piena anche dopo che è sceso il silenzio e si sono spenti i lumi, indisturbata da quel momento in poi, sui carri coperti da teloni color dell’alba.

(continua, forse)

Antongiulio Strepidoni era uomo di piacente aspetto e intensità d’espressione; quando puntava una preda, la poveretta ne veniva talmente affascinata che non sapeva mai dire quando avesse ceduto né come si fosse poi ritrovata all’improvviso nel di lui letto, sprofondata nell’impronta lasciata da infinite schiene prima della sua.
Così era Antongiulio Strepidoni, dall’occhio orgasmico, dotato come pochi, sera dopo sera, anno dopo anno, prigioniero della sua missione, ostaggio inconsapevole della propria insondabile superficialità.
Una sola volta rischiò d’innamorarsi, una sola in tutta la vita: forse era amore, amore vero, ma la ragazza cieca non lo seppe mai.
E Antongiulio pensò che anche i proverbi possono sbagliare.

Il buco

La mattina dopo che Francesca gli aveva sparato, Enzo tornò in cucina a vedere dove si fosse piantata la pallottola.
Era stato un modo brutale da parte sua di mettere fine alla loro storia, ma Enzo sapeva che Francesca lo aveva fatto per esasperazione, non per odio, per la stanchezza di non venire mai ascoltata. E poi da quella distanza lo aveva mancato di proposito, non poteva essere altrimenti, nessuno sbaglia da due metri.
Enzo trovò il buco nel muro di fianco al frigorifero.
Si sentì un miracolato: rispetto a dove si trovava era stata davvero una questione di centimetri.
Dal buco filtrava luce. Enzo ci guardò dentro incuriosito. Il suo sguardo mise a fuoco un bicchiere di vino. Qualcuno sollevò il bicchiere, poi lo riappoggiò svuotato. Attraverso il bicchiere lo sguardo riuscì a correre su campi di ortiche, fiumi, colline, nuvole, stelle e molti soli: ogni cosa disposta lungo un percorso rettilineo perfetto. Alla fine di tutto quello spazio una scritta: sei morto.

Il racconto che segue è stato inserito nel PslA 2009 (se clicchi scarichi il pdf) di Sir Squonk. Mi fa piacere condividerlo anche qui poiché nelle intenzioni sarà uno dei racconti che leggerò sabato 19 alla libreria Massena 28 in combutta con il maestro Mauro Battisti.

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Verso tutti gli altrove

Il carro funebre fece manovra nel piazzale dell’obitorio e si avvicinò in retromarcia al portone di servizio.
Il dottor Lanfranchi aspettava appoggiato al muro; spense la sigaretta e attese che il mezzo si fosse fermato prima di avvicinarsi al portellone. L’autista scese, strinse la mano al medico e intascò i duecento euro che gli erano rimasti in mano dopo il saluto. Entrambi si guardarono intorno: era la sera della vigilia di Natale e la collina su cui sorgeva l’ospedale era immersa nel silenzio già dalle nove. Poi si accesero una sigaretta, perché avevano deciso che era meglio comportarsi come al solito per non dare nell’occhio.
Tecnicamente, Lanfranchi si era comprato un morto.
Ma le cose non stavano proprio così.
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Non sono nata ieri

infatti

Anita

Anita

anita

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