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Archive for the ‘Storie di Finemondo’ Category

Ho avuto l’onore di vedere un mio racconto illustrato. Capita grazie a Blog&Nuvole.
L’autore è Rocco Lombardi, cui va la mia stima e la mia massima gratitudine. Rocco ha riletto Souvenirs de la vie con uno sguardo personalissimo e che ben si sposa con l’andamento surreale e simbolico del racconto, senza mai scivolare nel didascalismo.
Spero piaccia a voi la metà di quello che piace a me.

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El sitòn*

Le Storie di Finemondo finiscono con l’episodio che segue. Per solidarietà anche il 2006 ha deciso di finire. Credo che non scrivere altro fino all’anno nuovo sia il minimo.
Auguri a tutti.

Adesso che Graziano ha imparato ad andare in bicicletta posso confessarvelo: l’abbiamo dato per perso almeno una decina di volte.
Prima, quando andava a piedi, se mi trovava in piazza a fotografare le intenzioni dei miei compaesani si fermava a farmi compagnia… fermava magari no, perché era incapace di stare fermo, ma a patto di non guardarlo agitarsi, ascoltarlo era affascinante. E questo nonostante la conversazione fosse praticamente impossibile, visto che cominciava riportando un fatto reale per sconfinare all’improvviso nell’assurdo.
Un giorno ad esempio, vedendo delle persone che uscivano dall’edicola disse:
«Eccoli, i piccoli sono Adele e Gianluca, poi quelli più grandini sono Simone e Chiara… girano sempre insieme, quelle dietro sono le mamme, sono preoccupatissime e non si sbagliano, la piccoletta soprattutto»
«Perché?»
«Perché i ragazzi hanno già comprato due biglietti di sola andata per Santo Domingo, documenti falsi e tutto»
«Chi? Ma se avranno quattordici anni!»
«Sembrano quattordici, ma ne hanno tredici. Hanno prenotato in ortopedia a Campodarsego per l’allungamento delle gambe e intanto fanno una terapia a base di ormoni invecchianti»
Bella la storia degli ormoni invecchianti, mi piace e farebbe al caso mio visto che sono quasi trent’anni che non mi riesce di compierne sedici.

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La resa

In mezzo al deserto, anche se lontani, basta essere in contatto visivo per farsi coraggio.
Capita infatti che da qualche tempo in piazza mi faccia compagnia Mario, un adolescente con il quale ho scoperto di condividere due passioni, di cui una è l’amore per il ritratto e l’altra lo studio comportamentale del giudatore sulla rotonda.
Le cose vanno così: io me ne sto seduto da una parte a fumare e mugugnare come al solito, lui si esercita a ritrarre i passanti in movimento per affinare la sua tecnica di fumettista.
Non avendo altro in comune sulle prime ci siamo semplicemente ignorati, finché in rotonda non c’è stato uno di quei passaggi a sfioramento mortale multiplo che sono tanto cari ai miei compaesani. In questi casi la precedenza è di tutti e tutti la difendono col piede piantato sull’acceleratore e lo sguardo freddo e assassino di un ninja in ritardo.
È stato allora che ci siamo scambiati la prima smorfia, indignata la mia, divertita la sua, tanto da farmi ricordare (ogni tanto è utile) che non me ne sto qui a giudicare, ma a imparare. Imparare cosa? Non lo so per certo, anche se escluderei che abbia a che fare con l’educazione stradale…

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momentaneamente sprovvisto di bicchiere

Grasso.
Sono ogni giorno più grasso.
Colpa dell’età? Della vita sedentaria? Del lavoro che tutto parla parla, ma niente cammina cammina? Dell’alimentazione sbagliata che prevede solo grassi? Fibre grasse, grissini grassi, costicine, salsicce, pancetta, patate fritte? Ma se friggo con l’olio di semi! Ma dai!
E poi scusa, ma che razza di problemi sono? Ho l’età che ho, faccio una vita sedentaria perché il mio lavoro è al coperto, mangio quello che mi fa sentire non solo sazio, ma anche felice. Che cosa c’è di sbagliato in tutto questo?
E conta qualcosa il fatto che non passi giorno che qualcuno, in piazza, al bar, al lavoro me lo faccia notare? Conta qualcosa che un numero esorbitante di adulti anagrafici si sia lasciato abbindolare dalla scemenza che sostiene il legame tra il fuori e il dentro? Ma quando mai! Abbiate il coraggio di ammetterlo, per voi il dentro è un impiccio, non ci parlate da anni, è un ripostiglio murato meno frequentato delle mutande di una suora!

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That’s Ammore

Questa sera il tramonto è così bello che me lo godo in piazza, seduto sul muretto davanti alla chiesa. Tra poco il parroco chiuderà il portone e per venti minuti non ci sarà in giro nessuno. Qui chi cena a casa cena presto. Poi ricomincerà il via vai delle macchine che vanno a bere il caffé, l’amaro, che vanno a prendere il gelato… ma prima, per venti minuti, il palcoscenico sarà tutto per le rondini che salutano il sole.
È magia: il cielo diventa un florilegio di creature gioiose che danno un senso a tutto lo spazio che ci separa da Dio. Godere in silenzio di questo spettacolo è la mia personale liturgia, il mio atto di fede. Se può esistere tanta grazia, può ben esistere dell’altro.

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In paese c’è chi giura di sentirlo arrivare con giorni e giorni d’anticipo, ma nessuno ne parla davvero volentieri, anzi, a chi capita di giungere da fuori a una sola di ora distanza dalla sua partenza, pare che il vento abbia spolverato il cuore con i semi sottili dell’oblio. Eppure, anche volendo ignorare quella parte di supposizioni che sono come le stelle filanti che si attorcigliano intorno alle caviglie dopo la sfilata di carnevale, so – io che sono straniero come lui – che al suo apparire all’imboccatura del viale che porta in paese, sia gli uomini che la natura rallentano il passo e abbassano i toni come durante un’eclisse.

Al primo sguardo sembra grasso, quasi tondeggiante, con i capelli fini e radi portati all’indietro, piegato sotto il peso di un carretto coperto da un’incerata azzurra, lo sguardo sempre fisso sulla strada.
Se nessuno ne parla volentieri quando parte, molti ne sentono la mancanza quando si assenta troppo a lungo, così capita che ne parliamo tra noi e parlandone che salti all’occhio questa strana cosa: tutti conoscono la sua storia, ma è impossibile stabilire da chi ciascuno l’abbia appresa.
Tutti sanno che è votato agli affari come un predestinato. Negli anni ‘50 vendeva frigoriferi, negli anni ‘60 televisori, negli anni ‘70 blue jeans, negli ‘80 telecamere, nei ‘90 azioni di compagnie telefoniche che gli erano costati anche l’elastico delle mutande. Da un giorno all’altro era sparito nel nulla. Molti lo davano per morto, ma la maggioranza era troppo impegnata a condurre una vita operosa e lo aveva semplicemente dimenticato. Non c’è mai tempo, mai; per la nostra gente perfino le vacanze sono più simili alle deportazioni che al divertimento. Da qui l’idea: a uomini e donne che non hanno mai il tempo per fermarsi a vivere, lui vende ricordi. Arriva nelle corti delle case dei bisognosi e infilando le mani sotto l’incerata ne cava quanto basta perché una moglie insoddisfatta, un figlio trascurato o un’amante esigente possano illudersi di essere stati altrove e felici, appagati non dalla ricerca del paradiso, ma dall’esserci già stati.
Ecco perché quando riparte, chino sotto il peso del suo carretto, dimenticarlo immediatamente è il pezzo più pregiato del suo servizio, così ciascuno può continuare ad illudersi che si esca dal solco solo montando su di un aereo o che per essere viaggiatori si debba per forza andare via da casa.

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Le anime corte

Arturo il matto aveva una voce da tenore e un portamento da soprano. Si tingeva barba e capelli di nero e innalzava in cresta un doppio riporto duro, pescicagnolo, caramellato dalla lacca. Lo stesso faceva della punta del pizzetto e dei baffi, tinchi e appuntiti come delle Staedtler HB appena uscite dalla scatola. Sua unica divisa era una tuta rossa, sul tipo di quelle dei meccanici, ma attillata e piena di zip argentate. Gli stivaletti erano neri e lucidi, come i capelli.
Arrivava in piazza strombazzando sulla sua 131 mirafiori e frenava di botto davanti all’osteria che aveva fuori più gente. Allora scendeva in corsa lasciando che la macchina procedesse da sola a due all’ora e arringava la folla che non si perdeva lo spettacolo per nulla al mondo, estate o inverno che fosse.
Vuoi perché il discorso era sempre lo stesso, vuoi perché non si può prendere sul serio uno che sembra un cartone animato giapponese, nessuno ascoltava davvero le parole di Arturo che trapassavano perfino il vetro blindato della gioielleria. Nemmeno io, che le ho sentite decine di volte, sono in grado di ripeterle con esattezza, ma ne ricordo il senso: cominciava battezzando morti i suoi coetanei, responsabili a suo dire di avere rinunciato a futureggiare e li ammoniva di ripensarci, di smettere di essere ascolto-guardatori e tornare interrogatori -domandativi. Calcava poi la mano sul fatto che non sarebbero stati loro le vere vittime del complotto, ma i loro figli, e i figli dei figli, perché avrebbero scorto in noi e soprattutto in quelli dopo di noi, un vuoto di essereessenza, di domandanza e di ribellanza. Per questo, sarebbero rimasti loro stessi annientati dall’improvvisa violenza della nientenza che, come sanno tutti, è la malvagità peggiore.
Poi concludeva, questo sì lo ricordo bene, con un roboante «Siete delle anime corte!» e a precipizio raggiungeva la sua 131, saliva prima che facesse danni e usciva ridendo dalla piazza.

Una volta, per inaugurare il nuovo (e allora unico) semaforo del paese, Arturo scese in corsa e lasciò che la 131 passasse da sola con il rosso. Il Comandante dei vigili guardò la macchina, poi lui e sembrava indeciso su chi fermare per primo. Arturo gli si piantò davanti con le mani sui fianchi deciso ad arringarlo. Il Comandante non gli diede tempo e cominciò a cazziarlo per primo, forse non sulla stessa ottava del nostro, ma quasi. Purtroppo l’oratoria pretende grande controllo e il povero vigile più urlava e più s’infervorava: non potete immaginare che cosa ne fu della sua faccia gonfia quando capì che Arturo gli stava pisciando sulle scarpe.

Sul giornale c’era scritto che gli avevano dato sei mesi di gabbia perché era incensurato, perciò il fine settimana successivo era di nuovo in piazza a non essere capito da noi anime corte. Non risulta che gli avessero messo la multa per essere passato con il rosso.

Darei chissà che cosa per rivederlo ancora una volta vivo, a contemplare quanto siano andate vicine al boccino le sue palle lunghe che parevano perse da quanto le aveva tirate lontano.

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