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Archive for the ‘parole’ Category

Il raccordo

Lei, come abbiamo visto nel capitolo precedente, aveva ritrovato la calma solo dopo quello sfogo memorabile che aveva definitivamente sciolto sia il groppo in gola che non andava né su né giù da mesi, sia la loro fragile relazione, ormai tenuta insieme con lo spago e col gatto dal quale nessuno dei due intendeva separarsi.
Lui allora prese le sue quattro cose, fra cui il quadro nel corridoio, la torcia vinta coi punti della benzina, due libri della biblioteca e soprattutto il suo (ultimo) regalo di compleanno, infilò le scarpe senza allacciarle e disse quello che potrete leggere nel prossimo (lunghissimo) capitolo.

Ecco, di questa storia ho scritto in forma definitiva solo questo raccordo tra le due scene madri: per il resto non so.

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«C’è questa cosa dell’autostima» mi dico, e aggiungo «pare sia importante, pare sia importante avercela e nel caso se ne sia sprovvisti» m’incalzo «bisogna fare di tutto per acquisirla. Eppure» ma me lo dico senza l’intenzione di affermarlo «eppure» mi dico «l’autostima è una malattia del senso di realtà»
«Continua» mi sollecito.
«Lì fuori c’è infatti un sacco di mondo che dimostra come tu sia inadeguato a sopportare le forze della natura, i capricci del tuo corpo, l’incidenza sulla tua esistenza di quella altrui, i fantasmi che se ne stanno chiusi a chiave in una parte di te che non puoi altro che ospitare a tempo determinato, più varie ed eventuali» preciso.
«E ciò nonostante consideri l’assenza di autostima un limite» mi ribatto.
«Sì»
(altro…)

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Volevo farti ridere

Volevo farti ridere, mi bastava; non sedurti, non prenderti sul tavolo di cucina come quando il postino suona due volte, solo ridere. Perché sapevo che se ridi è il mondo che ride con te e se anche non ride vuol dire che non ha capito la battuta.
Però non ridevi mai e io me ne disperavo senza speranza.
Poi ho smesso e ti ho detto che mi arrendevo, che me ne sarei fatto una ragione.
E tu hai riso.
E io non ci potevo credere.
Lo fai ancora. Da allora lo fai sempre.
Tu ridi, ridi di cuore alle cose che dico, inutile spiegarti che sto parlando seriamente, tu ridi.
Ridi se mi siedo, ridi se mi alzo di scatto, ridi se mi metto le mani nei capelli per la disperazione: tu ridi.
E se mangio? Mi trovi buffo.
Se bevo? Un commediante, soffochi addirittura.
Non posso più fare nulla in tua presenza perché esplodi letteralmente in risate che in casa spaventano i vicini e per strada fanno scappare i bambini.
Perfino la caviglia che mi sono slogato l’altra sera è stata l’occasione per ridere finché sono stato io a dover soccorrere te (sei caduta dalla sedia e hai dato una gran craniata sul pavimento); non avevo mai visto nessuno piangere e ridere nello stesso momento, non pensavo nemmeno fosse possibile.
E adesso ridi, ridi del mio piede fasciato, della mia zoppia, delle mie smorfie sofferenti: fai la metà delle cose che riuscivi a fare prima, ma anche di meno, ridere ti toglie le forze.
Potrebbe sembrare una situazione insopportabile, ma non è così, perché poi penso che quella tua risata assomiglia a certe forme d’amore malato.
E allora continua così, finché ridi fai più fatica a prendere la mira.

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Soprattutto

Soprattutto volevo trovare un modo per farti capire che non ho avuto molti altri amici tranne te, soprattutto nessuno che abbia resistito per così tanto tempo all’onda lunga del mio grigiore, soprattutto nessuno che abbia avuto la voglia di rivedermi nelle sere tristi quando mi parte la paranoia sul fatto che il mondo è un’entità insensata, soprattutto nessuno che abbia avuto la tua pazienza di sorbirsi tonnellate di deliri sui miei vorrei, sui miei farei, soprattutto quando non c’era all’orizzonte nemmeno lo straccio di un farò, soprattutto perché hai saputo mettermi in guardia da me stesso quando gli altri mi davano delle gran manate sulle spalle assicurandomi che andava tutto bene, soprattutto perché mentre parlavano rinculavano fino a sparire oltre il bordo del nulla che agita le mie giornate peggiori, soprattutto perché mi son detto che un amico come te capita una volta sola nella vita ed è assurdo rischiare di perderlo lasciando decidere al caso il se, il come e il quando, soprattutto il quando mi vien da dire, soprattutto se consideri che non posso controllare in eterno il mutare dei tuoi sentimenti, soprattutto perché mi toccherebbe di seguirti ovunque con l’angoscia di non sapere se è proprio quello il momento nel quale anche tu come gli altri scopri che di me non ne puoi più, soprattutto perché quello per me sarebbe l’attimo più insopportabile: così capirai perché adesso mi son deciso a mettere fine alle mie sofferenze e mi sono risolto a tenerti qui legato, costretto nel tuo transitorio orrore muto mentre assisti alla mia opera di maldestro macellaio delle tue povere carni, soprattutto perché, per rendere più duratura la nostra amicizia, ti mastico molto lentamente.

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Nella vita ci sta tutto

Nella vita ci sta tutto e quando dico tutto intendo proprio tutto, quindi piantala di lamentarti e prendine atto, hai mangiato merda, sai che novità che mi racconti, come se tu fossi la prima o credessi in cuor tuo di essere l’ultima, dal che dovrebbe discendere immagino una sorta di legittimazione a sentirti diversa, di avere più diritto di quelle che ti hanno preceduta a lamentarti dello schifo che hai provato e che più passano le ore e più si fa concreto e intollerabile nella tua piccola coscienza pigmea, in quel tuo tortellino iocentrico che chiami te stessa, non solo per lo schifo dell’atto in sé, con tutto che la nausea ti sale e ti scende come la marea, una marea che va a minuti, non a ore, ma soprattutto perché, insieme al fetore che ti risale l’esofago ad ogni nuovo rutto, ti ricordi senza potertene scordare né scusare che quella merda l’hai mangiata volontariamente, con tanto di faccia feroce che hanno quelli come te quando stanno per mangiarne una grossa, convinti che nella vita basta volere e il resto non conta, però quello che non sai è che non conta perché nella vita ci sta tutto, anche mangiare la merda, nella vita ci sta tutto, anche mangiarla pensando positivo, senza drammi, ci sta tutto, magari sapendo che c’è di peggio: tipo, pensa se fosse stato vomito.

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Potevi dirmelo prima

Potevi anche dirmelo che quello non era amore, potevi anche svegliarmi nel bel mezzo della notte e farmi: senti, ci ho pensato, sono rimasta per degli anni in ascolto a sentirti segare il buio con quella lama arrugginita che hai nel naso e mi sono accorta, nonostante il fragore che mi saturava i pensieri e strappava la carta da parati della mia serenità, di provare all’improvviso un immenso sollievo per avere finalmente finito di smettere di amarti, per essere passata – credimi, non confidavo di arrivarci mai – dall’altra parte del disamore, in quel meraviglioso e incommensurabile spazio della vita che è la mia personale libertà, dove posso immaginare di essere di nuovo felice, felice di una felicità senza condizioni, senza lembi dell’anima calpestati dai tuoi passi stanchi, senza tutti i segnali disperati del corpo che, dolendomi, m’intimava di andarmene, senza il tuo sguardo pigro che contemplava la polvere piovermi sull’anima; potevi anche dirmelo, con altre parole, se quelle che ho detto non fossero state le migliori, ma dirmelo, farmi capire che era finita quando ancora c’era qualcosa da finire, da consumare in un ultimo abbraccio, da discutere magari, per farcene una ragione, per non arrivare poi a ritrovarci in tre, su questo letto stretto, perché – dici – ti eri allontanata a tal punto da esserti dimenticata di lasciarmi.

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Nonostante il destino pigro

Come quando prendi la mira e con l’occhio buono allinei sguardo braccio mano sasso e bersaglio e trattieni il respiro e sei più concentrato di Arjuna che tende Gandishiva e all’ultimo frusti l’aria con un gesto plastico olimpico esteticamente ineccepibile mentre la tua selce disobbedendo a tutte le regole della fisica moderna che vuole che il proiettile da te lanciato percorra con moto rettilineo lo spazio calcolato segue invece tuo malgrado una delle infinite linee che stanno nella tridimensione che hai davanti assumendo una rotta curvilinea e irripetibile che coglie via via che i tuoi tentativi si fanno più nervosi e iracondi cani gatti suore bambini vecchi finestre specchi tombini fontane ciclisti becchini cantanti grondaie sposi spose santi in processione e signorine in professione tutti tranne l’oggetto del tuo lancio ponderato che rimane lì a farsi beffe di te e della tua rabbia montante finché senti che è l’ora di smettere di calcolare il difetto di rotta l’incidenza dell’angolo la resistenza del mezzo e gradualmente accade il miracolo perché il gesto diviene puro il bersaglio dimenticato il godimento assoluto e gratuito così come dovrebbe essere ogni creazione per atto d’amore ogni storia capace di fendere il tempo e la memoria senza destinatari senza occultamenti senza ombelichi da compiacere completamente assolutamente e felicemente libera libera di essere e di andare così che può anche capitare senza preavviso alcuno che tu arrivi dove la volontà non basta dove nulla può il tuo destino pigro dove conta solo la musica e finalmente tu colpisca la luna.

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