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Archive for the ‘Favole al Capolinea’ Category

La favola si compie tutta in meno di dodici ore. È la sera di capodanno, la bambina scappa di casa per paura di buscarle dal padre. Che cosa ha combinato di tanto grave da temere l’ira paterna? Non ha venduto nemmeno un fiammifero di trentadue che lei ce n’aveva, da vendere. Era cambiato il mercato? Il prodotto era posizionato male? L’azione di marketing non era stata sufficientemente incisiva? Gli svedesi erano in affari ancora prima di sfornare Ericsson e Volvo? Probabilmente aveva a che fare con un pessimo approccio all’end user, se è vero come è vero che la bambina indossa le ciabatte della madre e che poco dopo addirittura le perde. Quella è un’età da Lelly Kelly, mica da sabot. Comunque sia, la bambina scalza lamenta un principio di congelamento, ma preferisce trattenersi all’esterno che tornare dal padre dispotico. Tuttavia, un altro è il dato incontrovertibile che denuncia la sua intenzione di tagliare i ponti con l’autorità paterna e – lasciatemelo dire – de facto con gli affetti più cari: la piccola infatti non solo non impiega le ultime ore utili dell’anno per tentare di abbassare le scorte di magazzino e limitare le perdite magari vendendo i fiammiferi al costo, ma addirittura li usa a scopo personale!

Da qui in poi la cronaca scivola nella congettura.

La versione ufficiale pretende di sdoganare l’idea che ad ogni fiammifero acceso la bambina veda nell’ordine: una stufa con i pomelli d’ottone, un’oca arrosto semovente, un albero di Natale da cui cade una stella, la nonna grande come la madre di Woody Allen in New York Stories che finalmente la porta seco in Paradiso. Non sembri scarsa considerazione per la professionalità di Andersen sospettare che un po’ ci abbia ricamato sopra. E di gusto anche.

Non sarebbe stato meglio sovvertire il pronostico? E se invece della nonna vampira, la piccola fosse stata soccorsa da una manager della Barilla? E se i fiammiferi fossero dosi di crack? (è la mia preferita). E se salvando la bambina, interrompendo l’eterno ciclo dell’eterno ritorno, trasformassimo un’innocente in un’incendiaria?

Insomma, non si può mai dire di aver fatto abbastanza per ristabilire le verità della storia?

fine

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Ariel era innamorata fradicia.
Come una novella Sissi il popolo la voleva più felice di quanto fosse in realtà, ma si sa che il popolo è incline a sguazzare nell’acqua bassa del gossip e, in tempo di pace, a ritenere sempre che piova sul bagnato.
Ariel per amore del popolo lasciava dire e taceva, limitandosi a salutare con la mano. Da lontano pareva che annaffiasse i fiori sul balcone mentre aspettava trepidante che arrivasse il giorno delle nozze.
Credo di essere stato allora l’unico testimone capace di misurare tutta l’angoscia con cui viveva la sua tristissima situazione, dissimulata certo, immersa nella dignità, sia, ma pur sempre consapevole di essere finita sotto la linea di galleggiamento. Non me ne stupii, perché ciò che al popolo pareva facile come bere un bicchier d’acqua, le costava un mare di fatica. Oh certo, la magia dell’amore le aveva concesso il dono di respirare fuori dal suo elemento, ma questo fu tutto! Non una goccia in più! Riuscite ad immaginarla incedere al fianco del suo sposo, di bianco velata, tra due ali di notabili e dame di corte, seguita da paggi reggistrascico imbarazzati, arrancare col passo dell’otaria fino alla Carrozza Reale? Credete sia stato facile scolare l’amaro calice del dover reggere il bouquet tra i denti? Percepite il supplizio di strisciare sui gradini cosparsi di riso aguzzo? Avrebbe sopportato tutto, per amore.

Tutto, ve l’ho detto, era zuppa d’amore.

Eppure quella sera stessa sparì, lasciandosi inghiottire dagli abissi.
Tutto per amore avrebbe sopportato quel giorno, per quello che era certamente il sogno di ogni fanciulla del regno, ma la cena di pesce no!

fine

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«Amatissima Julie,

Spero che questa mia sia presto tra le tue candide mani nonostante la via tortuosa che dovrà seguire per raggiungerti. All’alba il boia mi aspetta e so per certo che ho esaurito ogni possibile rinvio. E sia, che sezionino pure il mio corpo, che lo diano in pasto a corvi e lupi, più rumore farà la mia testa nel canestro del carnefice e più lontano nel tempo arriverà il riverbero del male che ho cercato di contenere per tutti questi anni.

Si sono ostinati a non capire, hanno compiuto ogni sforzo possibile per sottacere la più evidente delle verità: io sono ciascuno di voi. Abito nella vostra mente come nei miei panni mortali abito il mio sterminato palazzo, e conservo il mio lato peggiore – pur tuttavia necessario – per i vostri sogni e le vostre paure; non solo, ma tengo chiusa a chiave la camera oscura dei miei segreti, chiedendo null’altro che il rispetto per il divieto che vi ho imposto. Perché si stupiscono se chi, violando i sigilli della stanza proibita, muore all’istante per eccesso d’orrore? Dove credevano fosse fuggito il predatore spietato che vi abitava prima che imparaste ad articolare un piano per fingere di averlo domato? Ho provato, implorato, minacciato: vanamente.

Dimmi, mia adorata ultima moglie, che cosa ho lasciato d’intentato per convincerli che non si uccidono i miti? Non hanno forse avuto modo di sezionare la mia barba color della notte? Non hanno rabbrividito abbastanza nel constatare che essa continua a crescere ininterrottamente anche dopo che mi è stata tagliata? Eppure a che cosa si sono risolti? A bruciarla pur di non dover credere. Concediamoglielo, era la prima magia alla quale assistevano, ma che cosa possono eccepire sulla natura magica della chiave? Come possono ignorare che, da quando essa è stata esibita come prova, non ha mai smesso di sanguinare? Come possono continuare a dormire il sonno del giusto, dopo che nemmeno il fuoco ha intaccato la sua minuta e lineare struttura? Pensano forse che io sia capace di un così grande miracolo? Stolti. Ero il custode, non il fabbro.

Ti lascio Julie, ma non temere, tu non mi perderai mai. Sentirai più spesso il mio nome sulle labbra balbettanti dei bambini, anche se per loro sarò semplicemente l’uomo nero. Tuttavia, ciò che mancherà loro in dizione lo guadagneranno in consapevolezza e sapranno riconoscermi prima e meglio di chi ha creduto di cancellarmi dall’uomo spalancando la porta della stanza proibita.
A costoro non sarò così palese, ma regnerò sui loro istinti tormentandone i desideri, violentandone le passioni, nutrendomi di ogni inspiegabile angoscia poiché rimarrò loro inconscio.

Tornerò, sognami»

fine

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C’era una volta (una volta che è proprio oggi) una bambina che non aveva ancora il nome di Cappuccetto Rosso. Questa deliziosa bambina viveva nei pressi del villaggio di Nampula in Mozambico, ed era buona, dolce, disponibile, ma un po’ disubbidiente. Un giorno la sua mamma la chiamò e le disse di portare alla nonna malata un cestino con delle provviste.

Il libro in cui è scritta la favola che state leggendo, stava sulle ginocchia di Marjan, una bella bambina albanese cui un giorno la mamma chiese di portare alla nonna malata un cestino con delle provviste. A Marjan non piaceva andare dalla nonna, era troppo giovane per essere una nonna… così preferì ignorare gli ordini della madre e rituffarsi nella storia della bambina che non aveva ancora il nome di Cappuccetto Rosso.

La madre nella favola fece molte raccomandazioni alla sua piccola affinché non si discostasse dal sentiero che attraversava la giungla, ma furono del tutto inutili: la bambina s’inoltrò per sentieri ad altri ignoti e per quella via giunse sana e salva a casa della nonna in men che non si dica. Purtroppo per la nonna non c’era niente da fare, capita quando la vita media arriva di poco sopra i quarant’anni… in compenso ad attenderla c’era il signor Wolfschlecht con indosso un curioso vestito.

«che strano cappello che ha signor Wolfschlecht» disse la bambina che non aveva ancora il nome di Cappuccetto Rosso

«è per non perdere capelli bambina mia» rispose l’uomo
«e che strani occhiali che ha signor Wolfschlecht» continuò la piccola
«sono per vederti meglio bambina mia»
«e che strana mascherina che ha signor Wolfschlecht»
«è per non alitarti addosso bambina mia»
«e che bisturi affilato che ha signor Wolfschlecht»
«è per tagliarti meglio!» e così dicendo si avventò sulla bambina.

Marjan chiuse il libro non potendo più resistere ai richiami della madre che ormai era passata alle minacce. Qualunque cosa purché lei arrivasse in orario dalla nonna… la bambina si avviò con passo stanco verso la sua meta. Come spesso accadeva la nonna era seduta sugli scalini ad aspettarla. Appena la vide gettò la sigaretta e senza alzarsi le fece cenno di entrare. In casa c’era il signor Lep-kradljvac.

«ma che belle scarpe che hai, bambina mia» disse sfilando i sandali rossi di gomma dai piedi di Marjan
«servono a non tagliarmi i piedi per strada signor Lep-kradljvac» rispose
«e che bella maglietta rosa che hai, bambina mia» disse l’uomo sfilandogliela
«serve a coprire i miei giovani seni signor Lep-kradljvac » disse Marjan ripetendo il copione che le era stato fatto imparare a suon di schiaffi da quella nonna troppo giovane.
«e che…

Ma i pensieri di Marjan già volavano lontani, tornavano sull’amata favola della bambina che non aveva ancora il nome di Cappuccetto Rosso. Una bambina tanto sfortunata che nessun cacciatore avrebbe potuto salvare dalla pancia del lupo cattivo, perché solo il suo cuore, i suoi reni e le sue cornee erano finiti dentro a qualcuno, mentre il resto di lei era stato abbandonato nella giungla. Marjan chiuse gli occhi e pensò che se una mamma è una mamma non manda la figlia sola nel bosco e nemmeno a casa di una nonna troppo giovane. Eppure si consolava pensando che proprio in quel momento c’era nell’Africa lontana una bambina che avrebbe risposto con sollievo alle domande del signor Lep-kradljvac, detto il lupo.

fine

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Un vecchio mugnaio del Ku Klux Klan, sentendosi vicino alla morte, fece impiccare in paio di schiavi che in gioventù erano stati molto cari alla compianta moglie. Poi mandò a chiamare i suoi tre figli.

Al primo, che amava più di un figlio, regalò il suo mulino bianco. Al secondo, che amava come un figlio, regalò il suo rarissimo asino bianco. Al terzo, che amava meno di uno dei due schiavi appena impiccati (non ultimo per una certa somiglianza tra i due), regalò un gatto nero. Siccome il mugnaio era superstizioso, dopo aver consegnato il gatto al figlio minore si diede una toccatina: purtroppo così facendo si sfilò la flebo e morì.

Dei due fratelli maggiori la favola non dice di più, anche se alcuni folletti abili ad aspirare notizie li segnalano a Dallas nel 1963 e a Memphis nel 1968, forse ad attendere ad alcuni compiti affidati loro dal padre nel testamento.

Dopo il funerale il terzo figlio si baloccò col gatto per l’intero pomeriggio. Verso sera il gatto stremato disse:

«figlio mio, sei tutto tuo padre, credo sia giunto per te il momento di prendere moglie»
«ma… ma tu parli!»
«parlo, ma se continui così urlo. mica voglio mangiarmi il sussidio di disoccupazione in preparazione H®. diamoci un taglio.»

Lo stupore del giovane fu enorme, ma ancora più impressione gli fece ascoltare l’intero piano del logorroico felino sulla strategia da adottare per: A) abbindolare il re fingendosi un marchese derubato B) sedurre la figlia e il sovrano con il suo aspetto sano e piacevole C) fregare tutte le terre e le ricchezze all’orco D) sposare la principessa e diventare ancora più ricco di quanto non fosse già al punto C. L’unica raccomandazione che il gatto fece al giovane fu di non contraddirlo mai. Si ode in lontananza giungere la carrozza reale. Cloppete cloppete cloppete (molto equino vero?)

«aiuto! aiuto! prestate soccorso al marchese di Carabas che è stato rapinato e lasciato in mutande»
«guardie a me! arrestatelo»
«ehm… chiedo venia sire, ma non si usa più soccorrere i viandanti?»
«si usa, si usa, ma da quando Robin Hood mi ha tirato il bidone con questo trucchetto da mentecatti non abbocco più.»
«ma sire, il mio padrone…»
«senti, gatto dei miei pitali, qui i nobili li faccio e li disfo solo io. non mi ricordo di aver mai investito un marchese negro mezzosangue o come vuoi chiamarlo. ah! ti stupisci che io me ne sia accorto? ma che ti credi, vado al cinema, io. anzi, è il cinema che viene da me! Anche se quel film è stato peggio di Robin Hood…»

Il gatto nero tuttavia non si perse d’animo e si recò in ogni caso al castello dell’orco, giusto per salvare il salvabile. Lo so, vi aspettate che anche qui il nostro eroe fallisca, non riesca a fare fesso l’orco e a far proseguire la storia. Quasi. Quando infatti il gatto sfidò l’orco a trasformarsi in topolino, l’orco (che era un mostro originale e piuttosto colto) in un baleno si tramutò in una graziosa vetturetta marchiata fiat, poi in un giornalino pieno di pubblicità della mondadori e solo alla fine cedette alle proteste dell’ospite diventando un grazioso sorcetto. Finalmente il gatto lo mangiò e incamerò tutte le sue ricchezze. Tutto a posto quindi? Neanche per idea! La tassa di successione era stata abolita solo da padre a figlio consanguinei, così il giovane marchese di Carabas dovette dissanguarsi per pagare sia la successione dall’orco che quella dal mugnaio. Ora di sera erano sempre loro due (neri), la fame (nera), più gli stivali delle sette leghe dell’orco (nell’ordine: lega professionisti, lega dilettanti, lega veneta, lega nord, lega rdunord, lega leggera e lega latine).

Il mattino successivo la figlia del re andò a primule proprio dove i due miserabili, sfiniti, si erano addormentati. Il primo a risvegliarsi fu il ragazzo al quale non sfuggì il particolare interesse che la ragazza dimostrava per gli stivali indossati dal gatto. Il gatto medesimo intanto si svegliò e sussurrò all’ex marchese «fai qualcosa, dille che siamo ridotti a picchiare la testa negli alberi dalla disperazione», sperando così che la pietà riuscisse dove la furbizia aveva fallito. Memore del detto afroparmigiano che recita “non dire caglio se non ce l’hai nel tetrapak”, e non volendo contraddire il suo mentore, il giovane afferrò il felino per la coda, lo fece roteare e gli sbattè ben bene il capino su di un robusto tronco di rovere. Prese poi gli stivali del defunto, li piazzò davanti alla principessa titubante e non appena questa si chinò per raccoglierli, la rapì. Risulta che vivano tutt’ora felici e contenti impippandosene della monarchia.

Grazie a questo ingegnoso stratagemma il fatto passò alla cronaca con il nome di “ratto con gli stivali”.

fine

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Cenerentola

c/aPrincipe ereditario
c/o Palazzo Reale

Mio carissimo,

sono ormai sette settimane che l’araldo reale sveglia la città all’alba con l’editto di tuo padre. Non ho risposto allora, non lo farò adesso. So che non capirai, ma tenterò comunque di spiegarti quanta sia stata la mia rabbia e la mia delusione.
Tutto è cominciato a mezzanotte della sera del ballo, quando mi sono precipitata giù per la scalinata e con tutto che ho perso una scarpa e mi sono quasi slogata una caviglia tu non ce l’hai fatta a trattenermi: sport ne hai fatto da giovane?


E perché sei così maledettamente superficiale? Scommetto che se non era per quel vestito non mi avresti nemmeno invitata a ballare.
Ma non è solo questo… che tu fossi un feticista del piede è un pezzo che si dice in giro, ma credi che a me importi? Per me amare è amare just the way you are, non posso farmi calzare dal primo araldo che bussa alla porta. È tutto qui il tuo grande amore? Incaricare qualcuno di trovarmi? Mi chiedo cosa faresti alla prima lite coniugale, mi mandi il ministro degli esteri? Ti concedo che non mi avevi mai sentita nominare, ma questo è un regno di quattro case, esci gira chiedi, prima o poi un lattaio, un fornaio, un macellaio che mi conosce vuoi non trovarlo?
C’è poi il problema della tua famiglia: è troppo invadente. Tuo padre ha la fregola di avere dei nipotini, ma ho solo sedici anni e questo fisico alla Doris Day che ti piace tanto non mi dura se partorisco prima di finire lo sviluppo, lo sai che ho delle mestruazioni molto ma molto irregolari? Il mio ginecologo dice che non gli sembra il momento e che avremmo dovuto approfittarne per conoscerci meglio e capire se siamo sessualmente compatibili. Ho già passato un’adolescenza schifosa con una matrigna crudele e due sorellastre stupide abbastanza da non riconoscermi solo perché una volta tanto avevo un vestito decente, non posso permettermi altri rapporti insoddisfacenti.

Credimi, non ti porterò rancore, anche perché finalmente ho dato un senso alla mia vita e voglio che tu sia il primo a gioirne… ho conosciuto un ragazzo di Hamelin, fa il pifferaio ed è un mago con quello strumento. La mia fata madrina è stata così comprensiva che mi ha fatto dono di quella magia che la sera del ballo mi portò fino a te, così adesso io e il mio fidanzato abbiamo messo su un’attività che ci ha permesso di andare a vivere insieme. Io ho fondato la Cinderella’s Mystic Transportation Inc. e con due campi di zucche ho avviato un noleggio di carrozze formidabile (se non ce le rendono per mezzanotte non ci perdiamo un granché, l’unico casino è ad halloween). Lui invece spazzola i topi dalle città e me li porta, così abbiamo cavalli sia per le carrozze sia per la macelleria giù al borgo. È davvero un caro ragazzo, vorrei fartelo conoscere, bravo da non credere con quel piffero, non c’è topo maschio o femmina che gli resista.

P.S. il mio ragazzo dice che se il tuo araldo non la pianta di svegliare tutti la mattina presto, ti sgretola il castello con un paio di fa diesis

Cenerentola

fine

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C’era una volta una bellissima fanciulla di nome Biancaneve che aveva da poco sposato un principe bello, alto e pieno di virtù. Un bel giorno, senza motivo apparente Biancaneve morì ed il principe, che non poteva accettare l’idea di seppellirla, la condusse nel bosco e l’adagiò in una bara di vetro dopo averla baciata un’ultima volta. Qualche tempo dopo, sette nani che avevano perso la voglia di lavorare, videro Biancaneve nella bara e cominciarono a vegliarla. Uno di loro scoprì che la fanciulla serrava tra i denti un pezzo di mela rossastra, scostò appena il coperchio, le forzò la mandibola e riuscì ad estrarre il boccone fatato. Oh gioia, oh giubilo, subito l’algida fanciulla cominciò a picchiare terrorizzata sul coperchio della bara, tanto che i nani dovettero sbriciolarla a picconate. Biancaneve fu grata ai nani per la loro dedizione, meno al principe che se l’era data a gambe, così decise di stabilirsi a vivere con i suoi nuovi amici. Per giorni e giorni lavò i loro panni, cucinò i loro pasti e dormì nei loro letti: vivevano felici e contenti. Un giorno una vecchina bussò alla porta di Biancaneve. Mentre la ragazza le preparava una tazza di the, l’avida sdentata rubò il pezzo di mela avvelenata (che la fanciulla conservava per i topi) e lo ingoiò. Subito fu trasformata in un’avvenente matrigna schiava del proprio narcisismo che fu condannata per l’eternità a fare uso di abiti attillati e a non riuscire più ad andare a ritirare la pensione.

L’episodio fece riflettere Biancaneve.

Quando finì di pensarci salutò i nani e attraversò il bosco. Lungo il cammino si accompagnò a cerbiatti, coniglietti e uccellini, ma furono amicizie superficiali. Ai margini del bosco conobbe un cacciatore al quale per un poco diede senza riserve il proprio cuore. L’uomo, a dire il vero un buon uomo, la ricambiò con un cuore di cerva e questo deluse parecchio l’ingenua fanciulla che non riusciva a non chiedersi che cosa avrebbe ricevuto se al cacciatore avesse donato un’altra parte di sé. Ripresa la propria strada, Biancaneve arrivò al castello di suo padre, un re buono e pacifico. L’uomo non stava nella panciera dalla gioia:

«Bambina mia, che gioia rivederti!»

«Padre! Che sventura è stata lasciarti!»

«Non importa mio dolce tesoro! Ora sei qui! E nel giorno più fausto per il nostro regno!»

«Perché padre? Che accade?»

«Mi risposo!»

«…»

fine

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