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Archive for the ‘Acrobazie’ Category

Matilde Soffioni sembra una chioccia gigante, soprattutto quando cammina e sposta con leggerezza centotrenta chili per altrettanti centimetri, anzi, più che una chioccia sembra una mamma oca, una placida e luminosa mamma oca che se ne va al laghetto senza fretta.

Matilde Soffioni all’alba dispone sul telone del carro le sue millanta farfalle perché si facciano accarezzare dai primi raggi del sole. Le farfalle, appena il calore dissipa i resti del sonno, se ne vanno libere e grate fino all’ora in cui comincia la scuola. Poi, al primo richiamo dell’uomo campanile, sciamano leggere nella tenda asilo.
Il primo lavoro della maestra Soffioni infatti, è quello di occuparsi dei più piccoli alla scuola d’infanzia del Circo della Famiglia Felicità. Non che sia la sola, ma attende al ruolo di gran lunga più importante: insegna a sognare.
Quando svolge il suo delicatissimo compito, la maestra Soffioni si trasforma in un angelo: le storie che racconta aprono una porta sull’incanto e, una volta varcata quella soglia, i suoi allievi entrano in un mondo nel quale esplodono i colori, e la realtà diviene un globo sospeso a mezz’aria composto dalle sue millanta coloratissime amiche alate che mostrano a ciascuno luoghi fatati, creature amorevoli e intere galassie di sorrisi.
Solo in quel momento si comprende la ragione del suo nome: le farfalle che si librano sui bimbi non rispondono né al canto né ai battimani, ma reagiscono all’unisono al suo soffio delicato, cangiante infiorescenza di un magico dente di leone, che si plasma in mille forme diverse nel loro sentire prima ancora che ai loro occhi.
Giorno dopo giorno la bellezza avvolge le emozioni dei quei fortunati scolari e, insieme alla fantasia, scalza le ombre dai pensieri e ogni paura dai cuori, regalando a ciascuno la capacità di illuminare la notte con una gioiosa nevicata di magia. Lieto è il loro sonno, a nessun mostro è più consentito l’ingresso, ciascuno illumina di radiosa primavera ogni angolo oscuro del sogno.
Alla fine di ogni lezione, la maestra Soffioni congeda la scolaresca e di lei nessuno sa più nulla fino alla fine dello spettacolo serale: quando ricompare – sempre puntuale – all’applauso di congedo, soffia sui suoi millanta frammenti di sogno che accarezzano gli spettatori e gli artisti, seminando in ciascuno il colore di un pensiero sereno.

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Il Circo della Famiglia Felicità una volta è stato sulla Luna.
Poi è stato deciso all’unanimità di non tornarci mai più.

Tutto era cominciato con un sospiro, una notte d’estate, ore dopo la fine dello spettacolo. Un sospiro sonoro e talmente prolungato che Werther Felicità, svegliato dalla moglie Vera, aveva fatto in tempo a indossare la veste da camera, infilare le ciabatte, caricare la pipa e percorrere almeno un centinaio di metri sull’orlo di un’alta scogliera, prima che questo finisse con uno sbuffo malinconico.
Il sospiratore, anzi, la sospiratrice, era una giovane artista, grande attrazione del Circo Felicità, che si chiamava Artemisia Puntasecca. Il suo numero destava meraviglia anche in coloro che solitamente non amavano l’arte circense: una libellula veniva fatta volare davanti a un piccolo bersaglio a forma di fiore e, nella metà di un lampo, quattro frecce argentate fissavano le ali dell’insetto alla sagoma di legno. Nel tempo in cui gli spettatori si spellavano le mani applaudendo tanta fulminea precisione, Artemisia Puntasecca liberava le ali della libellula dalle sottilissime punte delle sue frecce (diversamente, non avrebbe mai trovato lavoro al Circo Felicità) e restituiva al volo la sua inconsapevole collaboratore, che se ne andava appena stupita per quella paralisi momentanea.
A chi le chiedeva il segreto di tanta rapida destrezza, Artemisia rispondeva con una sincerità virginale e disarmante, sostenendo i meriti della sua buona vista e del non essersi mai innamorata in tutta la sua vita. La mancanza d’amore, spiegava, la rendeva immune a tutte quelle piccole incertezze e turbamenti che tolgono serenità all’indispensabile precisione del gesto. Con la stessa semplicità, Artemisia ammetteva di non patire per la mancanza d’amore, poiché non si può davvero soffrire per la mancanza di una cosa che non si conosce e che non si è mai provata.

Poi, come spesso capita a chi ignora che l’amore ha udito finissimo e una perfida predilezione per l’inaspettato, una bella sera venne a trovarsi tra il pubblico un giovane uomo dallo sguardo trasognato che pareva essere totalmente indifferente a ciò che stava per succedere sulla pista. Quando Artemisia Puntasecca incoccò la freccia e inquadrò il bersaglio, socchiudendo appena gli occhi per fare cenno al suo assistente di liberare la libellula, si ritrovò a incrociare per un istante lo sguardo del giovane sognatore. Le sue mani, esperte almeno quanto lei nell’eseguire il numero, non la tradirono, ma il cuore, del tutto privo della necessaria preparazione, fece un giro su se stesso e s’imbizzarrì, così lei, nel bel mezzo dell’applauso, svenne e cadde innamorata.
Al suo risveglio lo spettacolo era già finito e il pubblico, compreso il giovane sognatore, scemato.
Artemisia, non sapendo come vanno le faccende di cuore, tacque e sera dopo sera, piazza dopo piazza, continuò a maneggiare il suo arco e a imbrigliare il suo sguardo soltanto sulle ali della libellula, sempre più stupita dall’immensa fatica che le costava ripetere i gesti che prima le riuscivano con infinita leggerezza. Soffrendo il travaglio dell’essere se stessa, conobbe la consistenza della rivoluzione avvenuta nel suo cuore. Poi venne, quando la misura fu colma, la notte del sospiro; in cui cedette e pianse le sue prime lacrime d’amore sulla spalla possente di Werther Felicità.
Al Circo della Famiglia Felicità nessuno viene lasciato solo col proprio dolore, e infatti Werther le promise di aiutarla a trovare il suo amato sognatore ovunque egli fosse. Artemisia allora indicò la Luna e rinvigorita dalla speranza spiegò che ogni notte, appena il sonno la portava verso l’isola del sollievo, una voce le suggeriva che il suo amato fosse andato su fin sul satellite d’argento e non sapesse come fare ritorno.
Werther Felicità non pose tempo in mezzo e con l’aiuto degli Angeli equilibristi organizzò il viaggio più lungo che il Circo della Famiglia Felicità avesse mai affrontato in una sola tappa. Il volo fu lento e confortevole, ma la permanenza sulla Luna provocò più di qualche malumore tra gli artisti che, traditi da una differente gravità, non riuscivano a eseguire le loro esibizioni. Ci volle inoltre tutta la prontezza di spirito (santo si direbbe) di un paio di Angeli insonni per recuperare l’uomo con i piedi a molla che si stava per perdere nello spazio siderale. L’intuizione venne a Vera Felicità, quando già Artemisia stava per sprofondare nuovamente in un oceano di tristezza: l’esperienza con le voci dei sogni le suggerì di interpretare il messaggio che era giunto alla giovane arciera. Dal momento che il giovane non si trovava sulla Luna, doveva per forza essere visibile dalla Luna!
Il resto fu così facile e l’esito talmente felice che quasi ci s’imbarazza a raccontarlo: l’uomo Falco individuò sulla terra il giovane sognatore da un disegno che Artemisia aveva tracciato su una roccia lunare con la punta di una delle sue frecce. Era effettivamente prigioniero, ma di un albero che spuntava sulla parete verticale di un orrido nel bel mezzo di una foresta.
Il Circo della Famiglia Felicità tornò subito sulla terra e, liberato il giovane sognatore, decise di non tornare più sulla Luna.

Artemisia sposò il suo amato la successiva notte di luna piena e, dopo mesi di irriferibile felicità, le sovvenne di chiedergli come mai avesse avuto, al tempo del loro primo incontro, quel portamento così svagato: il marito, arrossito e sorridente, le confidò di avere lasciato il suo lontano borgo guidato da una sogno. Nel sogno lui entrava in un circo, guardava verso l’alto e vedeva lei, bella come mai nessuna, e la Luna. Quella sera stessa aveva incontrato sul suo cammino il circo del suo sogno, ed era entrato con la convinzione di vederla nei panni di una trapezista. Poi, una volta uscito, incredulo di non averla veduta, si era perduto nella foresta ed era caduto nel burrone. Disse di non avere provato paura perché sentiva che il suo sogno si sarebbe avverato ugualmente, contro ogni logica, contro ogni ragionevolezza.
Lei sembrò rammaricarsi per tutto il tempo che avevano perduto, lui nell’orrido e lei sulla Luna, almeno finché non sentì che il viaggio compiuto dall’amore dentro di loro era ennanta volte più lungo di quello compiuto per andare sulla Luna. E questo lo pensò mentre il sognatore ancora diceva di non avere provato paura. E sentì che nemmeno lei ne aveva.
Quando lui finì di dire e lei di ascoltare e pensare, entrambi avevano gli occhi lucidi e ridevano uno nelle braccia dell’altra.

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Werther e Vera Felicità hanno tre figlie: Alba, Rugiada e Nuvola.
Se il martedì mattina sentite qualcosa che assomiglia al verso di mille rondini che risalgono un arcobaleno, non stupitevi, sono loro che ridono.
Non potrebbe che essere così il giorno della settimana in cui, finalmente, ricomincia la scuola.
Alle nove in punto una ventina di giovani di ogni età accorre senza fretta a prendere il proprio posto in classe; l’orario infatti prevede per prima cosa un intervallo. Breve però.
Alla scuola del Circo della Famiglia Felicità gli insegnanti sono rigorosamente volontari: nessuno può nemmeno pensare lontanamente di farlo come lavoro, insegnare è un privilegio. Tuttavia Werther Felicità insiste perché chi riversa nel proprio compito tanto entusiasmo accetti un compenso: li ripaga del tempo nel quale desiderano, immaginano e sognano per essere sempre all’altezza della propria vocazione.
Werther ogni mattina si piazza sulla porta del carro scuola e chi non entra con il suo miglior sorriso viene mandato a giocare o a passeggiare o a occuparsi di qualcosa di meno faticoso, finché non torna dell’umore adatto a una scuola. Soprattutto gli insegnanti.
Del resto insegnare alla scuola del Circo della Famiglia Felicità è una delle occupazioni più gratificanti del mondo, perché le materie che si insegnano sono quelle che fanno innamorare allo studio qualunque studente. Alba è la più portata per Numeri Immaginari, la materia preferita da tutti. La maggiore delle figlie di Werther e Vera riesce a contare fino a un fantameravigliosone. Rugiada invece, quella di mezzo, eccelle in Fisica Sentimentale, e già al primo anno riusciva a calcolare a mente l’energia sviluppata da un sorriso, dall’affetto e dall’amore. Nuvola, la piccola e volitiva Nuvola, si è rivelata bimba prodigio e, nonostante sia al primo anno, ha già completato per intero il suo programma quinquennale, ripreso ogni volta dall’inizio per riassaporare il piacere dell’intero corso di studi.
Tutto sa, Nuvola, tranne il contenuto dell’ultimo capitolo del libro dell’ultima materia dell’ultimo anno, mantenuto in programma per prudenza, ma che mai si è dovuto insegnare a chicchessia, nella scuola del Circo della Famiglia Felicità: come si calcola il peso specifico di una delusione.

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Il lunedì, a qualunque latitudine, il Circo Felicità non lavora e si regala un giorno di mare.
Sembra bello detto così, e magico anche. Soprattutto quando il circo si trova in Svizzera o in Austria o in qualunque altra parte del continente che non abbia il mare a meno di qualche centinaio di chilometri.
Invece non vi è nessuna magia, ma una casuale scoperta fatta dall’uomo cactus una sera di dicembre, poco prima di Natale, quando riconobbe, tra gli spettatori che defluivano dal tendone dopo lo spettacolo, un suo caro e vecchio amico ammaestratore di storie, che da tempo non riusciva più a dare un senso alla propria esistenza. L’istinto dei due amici fu di buttarsi uno nelle braccia dell’altro dimenticando, dopo tanto tempo, le dolorose conseguenze di un gesto così naturale: subito dopo avere urlato di dolore, all’ammaestratore di storie si aprì un grande spacco in mezzo al petto, grande al punto che l’uomo cactus vi cadde dentro.
Seguirono minuti di silenzioso stupore, interrotti dal sibilo di un pallone bucato che uscì dal petto dell’ammaestratore svolazzando e dalle gioiose risate dell’uomo cactus che uscì bagnato come un riccio di mare appena pescato.
Fu così che tra una risata e l’altra – rideva molto mentre parlava, poiché prima di fidanzarsi con la donna callosa non era molto pratico di felicità – raccontò di avere trovato il mare dentro al suo vecchio amico.
Al Circo Felicità lo stupore è di casa, l’incredulità no. Il primo a lanciarsi fu l’uomo con la testa a missile, seguito dalla donna con tre gomiti e dal nano gambalunga. L’uomo cactus tornò abbracciato alla sua compagna e prima di gettarsi nuovamente nello spacco fece le presentazioni.
Per Werther Felicità ci volle del bello e del buono ma, con l’aiuto di sua moglie Vera e degli angeli acrobati, l’entrata nel petto dell’ammaestratore di storie riuscì.

L’uomo con il mare dentro il lunedì cerca di tenersi occupato con piccole faccende, almeno finché anche l’ultimo dei suoi nuovi amici non sia uscito dallo spacco che ha nel petto; non può né agitarsi e tantomeno assopirsi. L’unica volta che si è addormentato, il suo mare si è popolato di mostri e una volta che era molto scosso piovvero lacrime grosse come macigni, insieme a tristi maghi in sovrappeso. Ma questo è poca cosa al cospetto della sua ritrovata vocazione.
Gli angeli acrobati paiono quelli che dal mare interno hanno tratto più giovamento: quando si trovano fuori dal capanno che si trova sulla spiaggia assolata, si liberano delle loro vesti celesti e assumono nomi e sembianze evocative: si fanno infatti chiamare Jim, Jimi, Kurt, Janis e Jeff, indossano camicie sgargianti e cantano Surfin’ inside the man, cavalcando ondate di commozione altissime.

Così prende i bagni ogni settimana il Circo Felicità: prima il sole, poi l’acqua salata e infine l’invocazione all’uomo con il mare dentro perché regali loro una storia, una di quelle che fanno ridere e sorridere. E l’uomo con il mare dentro racconta, racconta perché prova piacere a domare il caos dei fatti che non sanno di essere racconti, ma lui non ride, anzi sovente soffre, ché l’acqua salata brucia il bordo della sua ferita.

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La Signora Felicità

Vera, che al circo tutti chiamano la signora Felicità, a vederla entrare nel carro delle donne compasso, fa impressione: tanto le une incantano per la precisione del gesto che disegna ancheggiamenti ipnotici, quanto l’altra lascia sgomenti per quel suo incedere dinoccolato e incerto che dà sempre la sensazione di vederla cadere ripiegata su se stessa come un cartellone pubblicitario scollato.
Avvisare i nuovi arrivati al circo Felicità, per impedire che il loro inevitabile stupore ferisca la sensibilità della padrona, spetta all’uomo periscopio il quale, va detto, attende al suo compito con un’aria insolitamente compita e vagamente colpevole, che si trasforma, man mano che procede col racconto, in una intenerita commozione.
Se mai vi capitasse l’onore di essere assunti al circo Felicità, verreste a sapere, ancor prima di avere disfatto la valigia, che la storia della signora Felicità coincide con la storia del suo circo e che la storia d’amore fra il giovane Werther Felicità e la di lui consorte era cominciata antanni prima in un pomeriggio di settembre, al Festival della Tristezza che allora si teneva annualmente sulle rive del lago di Malinconia.
In quella occasione Werther era in concorso per l’assegnazione di numerosi premi, fra cui il premio Comicità in Solitudine e il premio Giocoleria della Rassegnazione, ma non ne vinse nessuno, battuto di numerose lunghezze dal famosissimo Gigante col cuore pigmeo.
Vera in quell’occasione notò il giovane Werther, percepì i suoi dolori, e pur apprezzandone l’aspetto e il portamento, decise che nulla di buono sarebbe venuto dal loro incontro se prima lei non fosse stata in grado di cambiare definitivamente la vita di quel giovane i cui occhi non si erano mai fatti una risata. Così si prese una pausa dalla carriera circense e per prima cosa partì per un breve viaggio attraverso città e campagne di tutte le nazioni del mondo, riuscendo a riunire, in capo a qualche settimana, una discreta compagnia.
Non vi stupisca la sua inusitata velocità: tra i primi ad essere scritturati ci furono gli angeli acrobati che l’assistevano negli spostamenti portandole l’anima a turno e spingendo il suo esile corpo nei segretissimi corridoi del tempo abbreviato.

Passarono mesi di intensi allenamenti e duro lavoro preparatorio, ma alla fine Vera si sentì pronta al grande passo: invitò Werther al suo accampamento e per prima cosa lo baciò.
Werther fu come colpito da una scarica di pace, ricambiò il bacio, poi sorrise e rimase in quieta ebetudine ad assistere allo spettacolo che era stato preparato solo per lui.
Ogni numero era stato concepito per alleggerire l’animo dello spettatore, per restituirgli un respiro sereno e convincerlo della concreta possibilità di essere felice. Alla fine, quando si spense l’ultimo entusiastico applauso del gioioso Werther, Vera lo invitò nel suo carro per l’ultima attrazione, quello migliore, dopo il quale intendeva offrirgli la conduzione del circo e tutto il resto della propria vita.
Fra gli artisti del circo Felicità, anche se il nome sarebbe arrivato soltanto di lì a poco, si diffuse una certa contrarietà per essere stati esclusi dal momento topico della serata.
A dire il vero ci fu un tentativo di voyerismo, poiché l’uomo periscopio si era offerto di prestare il suo talento a chiunque avesse voluto guardare attraverso i suoi occhi; solo che il pertugio sul quale posare l’occhio è dove ben lo immaginate e il primo a cimentarsi volle essere l’uomo cactus. Il parapiglia che ne seguì indusse tutta la compagnia a una fuga precipitosa.
Fu quindi l’uomo periscopio l’unico a vedere, anche se solo per qualche istante, la felicità dipinta sul volto del giovane Werther, mentre Vera si liberava dei suoi morbidi abiti e dimostrava, spalancando le braccia, perché il suo nome d’arte era stato “la donna ventaglio”.
Bentornato a casa, aveva sussurrato all’incredulo ed estatico Werther.

Il mattino successivo il circo aveva trovato il suo primo e unico direttore oltre a un nome che era innanzitutto, come abbiamo già detto, un manifesto programmatico, una dichiarazione d’intenti, una promessa mantenuta.

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La Règle du Roman

Quando finalmente il pubblico è sorridente e ben disposto, Werther Felicità fa il suo ingresso trionfale al centro della pista spalancando i cuori, in un tripudio di applausi che quasi sempre ammutoliscono l’orchestra.
Alto, corpulento, debordante nel suo frac turchino, intrattiene gli spettatori svelando loro le ansie, le paure e le gioie degli artisti che stanno per esibirsi, finché si stabilisce tra i presenti un unico sentire che dilata i sensi e sviluppa un’energia compatta che dona a ciascuno l’infinito sollievo e l’immensa soddisfazione del risultato raggiunto.

Uomo meraviglioso, Werther Felicità, solido di un passato che chiede soltanto di essere raccontato e di un presente pieno e felice, scandito dai suoi do di petto, dai lunghi viaggi, dagli spettacoli di giro, dalle sonore risate e dalla lettura di infiniti romanzi.
La lettura di romanzi, che Werther Felicità chiama confidenzialmente libri, rappresenta la vera e unica “regola” del circo Felicità: nessuno viene lasciato indietro, tantomeno quando si tratta di far crescere lo spirito. Poiché lo spirito non può crescere senza una totale condivisione, non si comincia un libro nuovo finché tutti – dal più celebrato degli artisti all’ultimo dei lavoranti- non hanno finito quello vecchio. Ancora però non basta, perché anche i cavalli devono sentire la storia: così fanno a turno a leggergliela ad alta voce prima di passare al libro successivo.
Accadde un giorno che l’uomo con la testa a missile e il nano gambalunga non fossero d’accordo sul senso da dare a un pensiero espresso nel romanzo Amicizia e lealtà, intorno alla frase “si fa così presto a giudicare che non c’è bisogno di capire” abbiano cominciato a discutere molto animatamente; Werther Felicità convocò una riunione serale urgente subito dopo lo spettacolo. Non lasciava mai che il rancore avvelenasse l’aria dell’intera troupe.
Tutti concordarono sul fatto che l’interpretazione corretta fosse quella del nano gambalunga, e subito dopo guardarono a Werther Felicità perché sancisse con una sentenza ovvia e scontata il vincitore della disputa.
Poiché l’uomo con la testa a missile, disse Werther Felicità, non è ancora convinto delle ragioni del nano gambalunga e poiché le convinzioni della maggioranza non sono più vere solo perché più condivise, stabilisco che il nostro prossimo viaggio preveda una deviazione fino a Parigi per andare tutti dallo scrittore, fortunatamente ancora vivente, e apprendere dalla sua voce la verità.
Parigi tuttavia è lontana, anche per un circo in eterno movimento come il Circo della famiglia Felicità, così fu chiamato l’uomo onniglotta. Costui si mise al lavoro il giorno successivo, usò tutti gli idiomi necessari e in poche ore organizzò il volo più singolare che si sia mai visto: libellule, merli, passeri, api, farfalle, cinciarelle, pettirossi, coccinelle e quattro splendide cicogne sollevarono uomini, carri e cavalli e puntarono lievemente verso nord.
Così fu fatto e in capo a due mesi il circo intero attraversò l’Arc de Triomphe per poi accamparsi in Place Pigalle.
L’autore, un signore minuto, smarrito in un pesante paletot e protetto da occhiali molto spessi, ascoltò attentamente i termini della questione mantenendo accesa una grossa pipa a cui sembrava aggrappato. Quando i due contendenti ebbero finito di esporre le loro diverse interpretazioni, lo scrittore se ne stette a lungo in silenzio, poi si alzò in piedi – forse per dare più importanza alle sue parole – e disse di non avere mai considerato la questione in quei termini, che non immaginava ci fosse qualcosa di così elevato nella sua scrittura e che forse, messa sotto quella nuova luce, avrebbe potuto trasformarla in un’arte, perfino. Quindi si mosse quasi con un balzo e s’incamminò verso casa borbottando qualcosa a proposito degli insospettati sviluppi che aveva assunto quello che gli pareva un mestiere tutto sommato noioso e ripetitivo.
Da quel giorno fu stabilito che tutte le opinioni, purché motivate e sentimentalmente sostenute, fossero da considerarsi valide, così che le discussioni divennero più serene e le deviazioni furono fatte solo per andare a trovare scrittori già morti, giusto per portare un fiore sulla loro tomba, lasciando i viventi a maturare le loro convinzioni.

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Prima dello spettacolo

Le ore che precedono uno spettacolo sono delicate come in qualunque altro circo del mondo e il laborioso silenzio degli attrezzisti è denso come un tuffo nel caramello.
L’unico a comportarsi come sempre è il fondatore e direttore del Circo Felicità, Signor Werther Felicità, fine conoscitore di pubblico ed eccellente cantante d’opera che scandisce l’allestimento del grande tendone con una serie di do di petto. Per i lavoranti quelle note poderose sono la garanzia che stanno procedendo nei tempi previsti, almeno finché non cominciano a diventare troppo ravvicinate; per gli artisti invece funziona da rasserenante istantaneo, poiché tutti ricordano ancora di quando con la sola voce Werther Felicità contrastò la forza di un uragano e fece precipitare al suolo in mille pezzi qualche ettaro di cielo poco prima che l’intero circo e tutta la sua gioiosa umanità fosse risucchiata dal vortice; e ricordano anche come l’onda d’urto della lunga nota emessa si fosse propagata per mare e per terra facendo vibrare le navi come diapason, staccando dalle palme africane cocchi per nativi pigramente stesi al sole, mentre la marea montante lambiva i loro piedi affaticati e depositava una pesca quasi miracolosa per saziare anche i poveri del villaggio, piegava il grano americano disegnando sul terreno grandissimi sorrisi fino a giungere, come l’eco dell’origine del mondo, nel cuore dell’Asia e incoraggiando, con l’ultimo soffio, una farfalla a un pigro battito d’ali.
Dieci minuti prima dell’inizio dello spettacolo, Werther Felicità raduna tutti gli artisti e li invita a ringraziare i colleghi montatori, che tanto si sono prodigati per rinnovare il privilegio di praticare in forma di lavoro il piacere che costituisce la loro vocazione.
Fatto questo, inguainato nel suo vistoso frac turchino, va a sbirciare dal sipario l’umore di fondo della platea e quasi sempre – al nord la gente cena spesso a polenta e musi lunghi – si fa precedere dall’uomo cactus, nel suo ruolo accessorio di lanciatore di sorrisi, per garantire alla compagnia una serata degna di essere goduta.
Lanciare sorrisi è un esercizio di grande precisione e consiste nel centrare gli spettatori per liberarli dalle legature che trattengono la loro felicità. Il suo compito è mille volte più difficile di quello di qualunque altro lanciatore – dice spesso Werther Felicità mentre si accarezza il pancione florido – poiché al lanciatore di coltelli è richiesto di sbagliare il bersaglio, mirando agli infiniti punti che gli stanno intorno, mentre il lanciatore di sorrisi ha un solo punto valido a sortire lo scopo. E ride, Werther Felicità, arricciandosi le punte dei baffoni stile impero, e di solito racconta compiaciuto di quella volta che, durante le prove, un attrezzista venne colpito accidentalmente (pare si fosse spostato appena per non pestare una formica), e fu scambiato a lungo per un cinese da quanto gli ridevano gli occhi.

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