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Dammi un bacio – Le Bolle Blu Edizioni – € 11,00

IN TUTTE LE LIBRERIE

LE BOLLE BLU EDIZIONI

Il mio amico Stefano in una mail mi ha chiesto: «Cos’è quella roba che hai attaccata alla faccia?» panico «dove si compra?».

Ah ecco.

Da tanto se ne parlava che anch’io sono caduto nella trappola di dare per scontato che tutti sapessero, di farmi fregare dall’idea (falsa) che la rete che frequento abbia una consistenza numerica significativa. Mi ero già dimenticato l’illusione che Ignazio Marino valesse il 45% alle primarie…

Allora spiego: Canemucco è all’apparenza un coso di carta colorata, senza numeri di pagina, con dentro un fumetto e alcuni racconti. Si apprezza subito l’ottima scelta del formato, l’odore delle pagine inchiostrate a mano da bambini della borghesia wasp di Park Avenue (noi si sfrutta solo l’upper society) e il prezzo contenuto: soltanto 4,50 € per 100 tavole a colori: a meno trovi solo le copie della Costituzione destinate al macero.

Se poi però lo leggi, centellinandolo magari, ché Makkox per un mensile ci lavora dei mesi, scopri un tratto e una storia che vanno a ficcarsi dritti dritti nel cuore di quella modernità che oggi manca quasi totalmente nel panorama editoriale italiano. E non solo nel fumetto. E allora godi, godi parecchio.

Poi ci sono dei racconti. Il mio, fichissimo, e quello di altri tizi che non ho letto. Dovevo scrivere questo post, non ho tempo per fare tutto.

Un ringraziamento, serio, ad Antonio Sofi, perché negli ultimi 5 anni non mi ha mai tolto il saluto. E non è poco. Grazie anche a Santa, lei sa perché.

Tutte le informazioni che vi servono le trovate qui.

Il lunedì, a qualunque latitudine, il Circo Felicità non lavora e si regala un giorno di mare.
Sembra bello detto così, e magico anche. Soprattutto quando il circo si trova in Svizzera o in Austria o in qualunque altra parte del continente che non abbia il mare a meno di qualche centinaio di chilometri.
Invece non vi è nessuna magia, ma una casuale scoperta fatta dall’uomo cactus una sera di dicembre, poco prima di Natale, quando riconobbe, tra gli spettatori che defluivano dal tendone dopo lo spettacolo, un suo caro e vecchio amico ammaestratore di storie, che da tempo non riusciva più a dare un senso alla propria esistenza. L’istinto dei due amici fu di buttarsi uno nelle braccia dell’altro dimenticando, dopo tanto tempo, le dolorose conseguenze di un gesto così naturale: subito dopo avere urlato di dolore, all’ammaestratore di storie si aprì un grande spacco in mezzo al petto, grande al punto che l’uomo cactus vi cadde dentro.
Seguirono minuti di silenzioso stupore, interrotti dal sibilo di un pallone bucato che uscì dal petto dell’ammaestratore svolazzando e dalle gioiose risate dell’uomo cactus che uscì bagnato come un riccio di mare appena pescato.
Fu così che tra una risata e l’altra – rideva molto mentre parlava, poiché prima di fidanzarsi con la donna callosa non era molto pratico di felicità – raccontò di avere trovato il mare dentro al suo vecchio amico.
Al Circo Felicità lo stupore è di casa, l’incredulità no. Il primo a lanciarsi fu l’uomo con la testa a missile, seguito dalla donna con tre gomiti e dal nano gambalunga. L’uomo cactus tornò abbracciato alla sua compagna e prima di gettarsi nuovamente nello spacco fece le presentazioni.
Per Werther Felicità ci volle del bello e del buono ma, con l’aiuto di sua moglie Vera e degli angeli acrobati, l’entrata nel petto dell’ammaestratore di storie riuscì.

L’uomo con il mare dentro il lunedì cerca di tenersi occupato con piccole faccende, almeno finché anche l’ultimo dei suoi nuovi amici non sia uscito dallo spacco che ha nel petto; non può né agitarsi e tantomeno assopirsi. L’unica volta che si è addormentato, il suo mare si è popolato di mostri e una volta che era molto scosso piovvero lacrime grosse come macigni, insieme a tristi maghi in sovrappeso. Ma questo è poca cosa al cospetto della sua ritrovata vocazione.
Gli angeli acrobati paiono quelli che dal mare interno hanno tratto più giovamento: quando si trovano fuori dal capanno che si trova sulla spiaggia assolata, si liberano delle loro vesti celesti e assumono nomi e sembianze evocative: si fanno infatti chiamare Jim, Jimi, Kurt, Janis e Jeff, indossano camicie sgargianti e cantano Surfin’ inside the man, cavalcando ondate di commozione altissime.

Così prende i bagni ogni settimana il Circo Felicità: prima il sole, poi l’acqua salata e infine l’invocazione all’uomo con il mare dentro perché regali loro una storia, una di quelle che fanno ridere e sorridere. E l’uomo con il mare dentro racconta, racconta perché prova piacere a domare il caos dei fatti che non sanno di essere racconti, ma lui non ride, anzi sovente soffre, ché l’acqua salata brucia il bordo della sua ferita.

La Signora Felicità

Vera, che al circo tutti chiamano la signora Felicità, a vederla entrare nel carro delle donne compasso, fa impressione: tanto le une incantano per la precisione del gesto che disegna ancheggiamenti ipnotici, quanto l’altra lascia sgomenti per quel suo incedere dinoccolato e incerto che dà sempre la sensazione di vederla cadere ripiegata su se stessa come un cartellone pubblicitario scollato.
Avvisare i nuovi arrivati al circo Felicità, per impedire che il loro inevitabile stupore ferisca la sensibilità della padrona, spetta all’uomo periscopio il quale, va detto, attende al suo compito con un’aria insolitamente compita e vagamente colpevole, che si trasforma, man mano che procede col racconto, in una intenerita commozione.
Se mai vi capitasse l’onore di essere assunti al circo Felicità, verreste a sapere, ancor prima di avere disfatto la valigia, che la storia della signora Felicità coincide con la storia del suo circo e che la storia d’amore fra il giovane Werther Felicità e la di lui consorte era cominciata antanni prima in un pomeriggio di settembre, al Festival della Tristezza che allora si teneva annualmente sulle rive del lago di Malinconia.
In quella occasione Werther era in concorso per l’assegnazione di numerosi premi, fra cui il premio Comicità in Solitudine e il premio Giocoleria della Rassegnazione, ma non ne vinse nessuno, battuto di numerose lunghezze dal famosissimo Gigante col cuore pigmeo.
Vera in quell’occasione notò il giovane Werther, percepì i suoi dolori, e pur apprezzandone l’aspetto e il portamento, decise che nulla di buono sarebbe venuto dal loro incontro se prima lei non fosse stata in grado di cambiare definitivamente la vita di quel giovane i cui occhi non si erano mai fatti una risata. Così si prese una pausa dalla carriera circense e per prima cosa partì per un breve viaggio attraverso città e campagne di tutte le nazioni del mondo, riuscendo a riunire, in capo a qualche settimana, una discreta compagnia.
Non vi stupisca la sua inusitata velocità: tra i primi ad essere scritturati ci furono gli angeli acrobati che l’assistevano negli spostamenti portandole l’anima a turno e spingendo il suo esile corpo nei segretissimi corridoi del tempo abbreviato.

Passarono mesi di intensi allenamenti e duro lavoro preparatorio, ma alla fine Vera si sentì pronta al grande passo: invitò Werther al suo accampamento e per prima cosa lo baciò.
Werther fu come colpito da una scarica di pace, ricambiò il bacio, poi sorrise e rimase in quieta ebetudine ad assistere allo spettacolo che era stato preparato solo per lui.
Ogni numero era stato concepito per alleggerire l’animo dello spettatore, per restituirgli un respiro sereno e convincerlo della concreta possibilità di essere felice. Alla fine, quando si spense l’ultimo entusiastico applauso del gioioso Werther, Vera lo invitò nel suo carro per l’ultima attrazione, quello migliore, dopo il quale intendeva offrirgli la conduzione del circo e tutto il resto della propria vita.
Fra gli artisti del circo Felicità, anche se il nome sarebbe arrivato soltanto di lì a poco, si diffuse una certa contrarietà per essere stati esclusi dal momento topico della serata.
A dire il vero ci fu un tentativo di voyerismo, poiché l’uomo periscopio si era offerto di prestare il suo talento a chiunque avesse voluto guardare attraverso i suoi occhi; solo che il pertugio sul quale posare l’occhio è dove ben lo immaginate e il primo a cimentarsi volle essere l’uomo cactus. Il parapiglia che ne seguì indusse tutta la compagnia a una fuga precipitosa.
Fu quindi l’uomo periscopio l’unico a vedere, anche se solo per qualche istante, la felicità dipinta sul volto del giovane Werther, mentre Vera si liberava dei suoi morbidi abiti e dimostrava, spalancando le braccia, perché il suo nome d’arte era stato “la donna ventaglio”.
Bentornato a casa, aveva sussurrato all’incredulo ed estatico Werther.

Il mattino successivo il circo aveva trovato il suo primo e unico direttore oltre a un nome che era innanzitutto, come abbiamo già detto, un manifesto programmatico, una dichiarazione d’intenti, una promessa mantenuta.

Non sono e non sarò mai un buon testimonial della rete, del social e di tutto quello che ci gira intorno: ho sempre ricevuto molto più di quello che ho dato, sia in termini di rapporti umani che di occasioni.
Tuttavia, se me ne sto qui a scrivere questo post del tutto inutile, è per abbracciare un’amica e i suoi due figli, Annalivia e Francesco, nell’unico modo che conosco: con delle parole che fanno da canotto a un ricordo.

L’amica di cui parlo è Lorenza Boninu, blogger fra le più antiche, una delle prime che ho letto.

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Sputare il rospo

Avevo un cane che mi amava di un amore devoto, profondo e totale.
Ogni volta che ero seduto a tavola, il mio cane aspettava che mi cadesse qualcosa di bocca per mangiarlo come fosse stato ambrosia; perfino se in giardino, dopo cena, sputavo sull’erba la mia tosse grassa di fumatore, lui correva a leccarla con amore canino.
Il padrone, per un cane, è Dio. Non c’è niente da dire.
Poi un giorno ho cominciato a sentire che dovevo liberarmi di cose che mi stavano sul gozzo, e tra il lusco e il brusco ho sputato il rospo.
Il mio cane, che mi amava come fossi stato Dio, è corso a leccare anche il rospo, quello si è trasformato in principe e adesso il mio cane ha un nuovo padrone.
Ho sentito che sognano di andare a Sanremo.

La Règle du Roman

Quando finalmente il pubblico è sorridente e ben disposto, Werther Felicità fa il suo ingresso trionfale al centro della pista spalancando i cuori, in un tripudio di applausi che quasi sempre ammutoliscono l’orchestra.
Alto, corpulento, debordante nel suo frac turchino, intrattiene gli spettatori svelando loro le ansie, le paure e le gioie degli artisti che stanno per esibirsi, finché si stabilisce tra i presenti un unico sentire che dilata i sensi e sviluppa un’energia compatta che dona a ciascuno l’infinito sollievo e l’immensa soddisfazione del risultato raggiunto.

Uomo meraviglioso, Werther Felicità, solido di un passato che chiede soltanto di essere raccontato e di un presente pieno e felice, scandito dai suoi do di petto, dai lunghi viaggi, dagli spettacoli di giro, dalle sonore risate e dalla lettura di infiniti romanzi.
La lettura di romanzi, che Werther Felicità chiama confidenzialmente libri, rappresenta la vera e unica “regola” del circo Felicità: nessuno viene lasciato indietro, tantomeno quando si tratta di far crescere lo spirito. Poiché lo spirito non può crescere senza una totale condivisione, non si comincia un libro nuovo finché tutti – dal più celebrato degli artisti all’ultimo dei lavoranti- non hanno finito quello vecchio. Ancora però non basta, perché anche i cavalli devono sentire la storia: così fanno a turno a leggergliela ad alta voce prima di passare al libro successivo.
Accadde un giorno che l’uomo con la testa a missile e il nano gambalunga non fossero d’accordo sul senso da dare a un pensiero espresso nel romanzo Amicizia e lealtà, intorno alla frase “si fa così presto a giudicare che non c’è bisogno di capire” abbiano cominciato a discutere molto animatamente; Werther Felicità convocò una riunione serale urgente subito dopo lo spettacolo. Non lasciava mai che il rancore avvelenasse l’aria dell’intera troupe.
Tutti concordarono sul fatto che l’interpretazione corretta fosse quella del nano gambalunga, e subito dopo guardarono a Werther Felicità perché sancisse con una sentenza ovvia e scontata il vincitore della disputa.
Poiché l’uomo con la testa a missile, disse Werther Felicità, non è ancora convinto delle ragioni del nano gambalunga e poiché le convinzioni della maggioranza non sono più vere solo perché più condivise, stabilisco che il nostro prossimo viaggio preveda una deviazione fino a Parigi per andare tutti dallo scrittore, fortunatamente ancora vivente, e apprendere dalla sua voce la verità.
Parigi tuttavia è lontana, anche per un circo in eterno movimento come il Circo della famiglia Felicità, così fu chiamato l’uomo onniglotta. Costui si mise al lavoro il giorno successivo, usò tutti gli idiomi necessari e in poche ore organizzò il volo più singolare che si sia mai visto: libellule, merli, passeri, api, farfalle, cinciarelle, pettirossi, coccinelle e quattro splendide cicogne sollevarono uomini, carri e cavalli e puntarono lievemente verso nord.
Così fu fatto e in capo a due mesi il circo intero attraversò l’Arc de Triomphe per poi accamparsi in Place Pigalle.
L’autore, un signore minuto, smarrito in un pesante paletot e protetto da occhiali molto spessi, ascoltò attentamente i termini della questione mantenendo accesa una grossa pipa a cui sembrava aggrappato. Quando i due contendenti ebbero finito di esporre le loro diverse interpretazioni, lo scrittore se ne stette a lungo in silenzio, poi si alzò in piedi – forse per dare più importanza alle sue parole – e disse di non avere mai considerato la questione in quei termini, che non immaginava ci fosse qualcosa di così elevato nella sua scrittura e che forse, messa sotto quella nuova luce, avrebbe potuto trasformarla in un’arte, perfino. Quindi si mosse quasi con un balzo e s’incamminò verso casa borbottando qualcosa a proposito degli insospettati sviluppi che aveva assunto quello che gli pareva un mestiere tutto sommato noioso e ripetitivo.
Da quel giorno fu stabilito che tutte le opinioni, purché motivate e sentimentalmente sostenute, fossero da considerarsi valide, così che le discussioni divennero più serene e le deviazioni furono fatte solo per andare a trovare scrittori già morti, giusto per portare un fiore sulla loro tomba, lasciando i viventi a maturare le loro convinzioni.

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