Chi va a Parigi, va a casa
Giorgio Caproni ha intitolato questo frammento “Assioma”, e l’ha scritto dopo avere visto Parigi per la prima volta a 70 anni. Non gli invidio tanto questo verso, perché sono troppo impegnato a invidiargli quest’altro – citato dalla metà degli italiani che ho incontrato – dal titolo “Constatazione”:
Non c’ero mai stato
M’accorgo che c’ero nato
Parigi…
La prima cosa è la luce che rende il mondo più chiaro attraverso le vetrate della Gare de Lyon.
La seconda è scendere invece che uscire, come a Milano, ma qui non si scende soltanto di un piano – a seconda delle direzioni, anche di un secolo: spostandomi da una linea all’altra ho sbagliato uscita e ho trovato il Nautilus che stava per cominciare l’immersione.
La terza è la totale assenza del desiderio di essere altrove.
Avrei detto che un luogo così non esiste, avrei detto che, se esiste, la gente che lo abita deve essere pessima, per pura compensazione. Invece no, sarà che mi è andata di culo, ma ho avuto dei vicini di casa molto, ma molto peggiori.
Poi finalmente Place d’Italie. E qui il talento umano si spreca. Non importa che sia alle porte il primo giorno d’estate, tutti salutavano con molta cortesia e si auguravano “Bon Novembre”, perché faceva un freddo cannibale, tranne quando pioveva.
Belle persone, soprattutto appassionate, spinte da qualcosa che va oltre la sopravvivenza. E tutte con un amore equamente distribuito tra la città che li ha conquistati e la patria lontana, perché da lontano il nostro sembra un paese di cui si può persino sentire la mancanza.
Non posso non ringraziare donna Flo e Andrea, perché un libraio è un missionario in territorio ostile, sempre; Jacqueline Zana-Victor, che organizza da dieci anni la Semaine Italienne du XIIIème; Irene Bordin, che fotografa la città con le parole; il sorriso di Michèle; e la solidarietà tutta italiana di Ester Garbujo che mi ha messo in contatto con Lorella Colla e, e , e… Posso tacere del mio amico Domenico che è venuto da Sanremo? O di Francesca che ha abbassato la sua media vip per un saluto? O di Veronica che ha lasciato a mezzo la costruzione di un grattacielo?
Potevo non sentirmi ancora più a casa?

Però, c’è un però.
Per una di quelle evenienze che noi, per far rima credo, chiamiamo coincidenze – a cui non credo quasi mai – subito dopo essere tornato in Italia ed essermi esibito al cospetto del gelo torrido del pubblico torinese, sono andato a presentare il libro a Dolo. Che poi sarebbe il paese nel quale sono cresciuto, almeno all’anagrafe e in altezza.
Avevo provato altre volte a tornarci, ma sempre per via istituzionale. Stavolta no: da una parte la generosa offerta di un amico a nome Sandro Dal Piano, dall’altra l’entusiasmo di alcuni ex compagni di scuola capeggiati dall’inesauribile freschezza di Elena Gaspari.
Una serata bellissima, affollata di affetti e di bei ricordi, di risate e di libri che non bastavano per tutti. Emozione pura.
Potevo non sentirmi a casa?


Di nuovo casa? Ma allora, mi son detto canticchiando, la casa dov’è?
E allora ho capito, credo.
Al contrario della tartaruga e del paguro bernardo, la casa me la porto dentro, l’ho interiorizzata, e si chiama scelta. Si chiama voglia di essere totalmente me stesso, di fare quello che autenticamente desidero. Senza mediazioni e senza sconti.
Se non avessi scelto contro ogni buon senso, non sarei mai andato a Parigi e non sarei probabilmente tornato a Dolo, perché non avrei avuto nulla da portare. E se anche l’avessi fatto non avrei potuto godere così pienamente di ogni nuovo incontro o della gioia di ritrovarsi.
Tutto sarebbe rimasto nella fantasia o nei ricordi.
È nell’autenticità di quello che siamo che c’è la casa più vera.
(E però… Parigi è sempre Parigi)