Angelica si era innamorata di Raffaele a fine luglio, però lo aveva capito solo la seconda settimana del mese successivo. Lui era ripartito la mattina dopo Ferragosto e nessuno dei due aveva azzardato l’idea di continuare a vedersi, perché sembrava ci fosse stato da subito il tacito accordo che la loro dovesse essere un’avventura di stagione: non sono rari del resto i trentenni che si convincono di essere troppo avanti con gli anni per innamorarsi al primo sguardo.
Era un po’ la storia della sua vita. Le cose non erano mai ancorate da nessuna parte, scivolavano, si lasciavano spostare in avanti nel tempo, docili come ghiaccio sul marmo.
Di sicuro la storia con Raffaele – si era ripetuta per due mesi Angelica – le era sembrata diversa perché sottratta alla noia del quotidiano, la totale sintonia che loro due sentivano di avere pretendeva il prezzo della fugacità. Però.
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Passi. Passi. Passi selciato mattina presto. Passi e freddo, freddo polare. Passi. Rumore di tacchi selciato mattina presto e freddo, freddo polare.
Spalle ricurve, spinte avanti da passi rimbombanti. Spalle ricurve, chiuse e resistenti al freddo polare.
Passi, selciato, mattina presto.
Sguardo a terra, carte portate dal vento, vento polare. Freddo.
Un’ombra, un’ombra senza contorno segue. Poca luce ancora. Segue spalle ricurve e ascolta il rumore di passi. Freddo, freddo fuori, dentro brucia, scotta la caldaia del desiderio. Parole risuonano nei pensieri. Parole. Parole come meteoriti, bruciano a contatto dell’aria, labiale afono, solo fumo, nuvole effimere, lingua universale totalmente inutile, vana. Parole a stile libero battute sul metronomo dei passi.
Parole, parole, parole. Accelera il battito, rallenta il pensiero, basta allungare una mano.
Passi, selciato, mattina presto.
Sguardo a terra, carte portate dal vento, vento polare. Freddo.
Mano sulla spalla.
Stop.
Scivola e struscia cuoio, scivola sulle suole girano tacchi selciato che graffia le suole. Sguardo. Pausa. Tensione feroce. Sguardo freddo. Freddo polare incapace di competere con lo sguardo polare. Iceberg senza fissa dimora, fissano in coppia, tinta ghiaccio, ghiaccio polare.
Domanda.
Dura domanda. Risposta affannata. Senza passi dolore zoppo, senza passi desiderio ingorgato, malato. Senza passi la realtà li raggiunge.
La realtà rumore del no.
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Mario è talmente geloso che ha deciso di proibire alla sua donna di lavorare, di uscire a fare la spesa, di accompagnarlo allo stadio la domenica, di andare dal parrucchiere, dall’estetista, dal ginecologo, di fare jogging, palestra e piscina.
Ha stabilito perfino di vietarle di rispondere al telefono e, addirittura, di chiamare sua madre.
Un vero despota. Implacabile. Si fa paura da solo.
Ormai è fatta, non cambierà mai più idea.
Non gli resta che trovare la donna giusta.
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Dio e sua moglie non si vedevano spesso, ciascuno col suo Creato da creare e nuove cose da immaginare, poiché erano abituati a fare tutto da zero, a riempire il vuoto. Quando tuttavia riuscivano a trovare una breve eternità per stare insieme, tanta era la stanchezza e la scarsa consuetudine che avevano poco o nulla da dirsi.
«Come stai?» chiedeva Lei.
«Mah» rispondeva Colui «Vedo cose, faccio gente»
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Con la nuova stagione sia le Motoseghe che i BrandonScleri si rinnovano.
Catalano propone poesie freschissime e mai ascoltate da orecchio umano, Brandon Sclero cambia la tessitura del monologo e presenta novità anche nei racconti.
Non bastasse, la cornice del Circolo dei Lettori è uno spettacolo nello spettacolo.
Dire che vi aspettiamo è riduttivo, sappiamo dove abitate.
Ci si vede sabato 17, alle ore 21.00, al Circolo dei Lettori in via Bogino a Torino.
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Credevano fosse muto solo perché nessuno l’aveva mai sentito parlare.
Ogni sera recitava la sua parte al teatro dei mimi e poi, salutando con un cenno della mano, se ne tornava a casa su di una bicicletta tenuta insieme dalla ruggine.
I ragazzi del quartiere ridevano di lui perché era strano, perché era diverso, perché non era come loro. Una sera che avevano voglia sentirsi più amici e di scacciare la noia lo presero a sassate.
Fu costretto ad andarsene, lo costrinsero i vicini a furia di silenzio, a nessuno piaceva vederlo e ricordare l’infamia dei propri figli.
Partì una notte, con poco bagaglio e nessuna destinazione conosciuta.
Si fermò un momento in cima al ponte, restio a fare il passo successivo; la poca gente uscita in strada per esprimergli un silenzio scarico di solidarietà vide attraverso il suo corpo la falce brillante della luna.
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Si amavano così tanto che ogni volta che si vedevano gli scoppiava il cuore. Gli piaceva per questo di fare l’amore, e non c’era niente al mondo che gli garbasse di più. Lo facevano infatti tutti i giorni, anche se lui faceva il portiere di notte a Lambrate e usciva alle otto e cinquantacinque mentre lei tornava dal negozio alle otto e cinquanta in punto. Cinque minuti al giorno. Tutti i giorni.
Raggiungevano l’orgasmo il primo mercoledì dei mesi dispari.
Ed erano felici.
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Erano fidanzati ormai da un ettilione di anni, fin dalla prima riunione condominiale. Lui del terzo piano, lei del sedicesimo lato est. Ogni sera lui saliva per passare la notte insieme, poi all’alba tornava in casa a cambiarsi per andare al lavoro. Attraversarono un lungo periodo di crisi, erano quasi sul punto di lasciarsi, poi avvenne l’imprevisto e un mese dopo convolarono a nozze: si era guastato l’ascensore.
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L’uomo più vecchio del mondo era infinitamente infelice: gli erano sempre piaciute donne più grandi.
Poi qualcuno disse che in Giappone era stata scovata una donna che era nata un paio di giorni prima di lui, così nel suo cuore di centoventenne intrasportabile rinacque la speranza.
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Carissimi e carissime,
il blog torna ufficialmente con questo post, che un post non è.

Vi aspettiamo alle 18.30 per un robusto aperitivo, poi, quando riderete anche solo a vedere la porta che si apre o il vicino che casca dalla sedia, cominciamo.
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