Ho avuto l’onore di vedere un mio racconto illustrato. Capita grazie a Blog&Nuvole.
L’autore è Rocco Lombardi, cui va la mia stima e la mia massima gratitudine. Rocco ha riletto Souvenirs de la vie con uno sguardo personalissimo e che ben si sposa con l’andamento surreale e simbolico del racconto, senza mai scivolare nel didascalismo.
Spero piaccia a voi la metà di quello che piace a me.
Archivio per la categoria ‘Storie di Finemondo’
Blog & Nuvole- da qui all’Albero Sfregiato
Postato in dritto per dritto, Storie di Finemondo il giorno 22 gennaio 2009 | 3 Commenti »
El sitòn*
Postato in Storie di Finemondo il giorno 27 dicembre 2006 | 13 Commenti »
Le Storie di Finemondo finiscono con l’episodio che segue. Per solidarietà anche il 2006 ha deciso di finire. Credo che non scrivere altro fino all’anno nuovo sia il minimo.
Auguri a tutti.
Adesso che Graziano ha imparato ad andare in bicicletta posso confessarvelo: l’abbiamo dato per perso almeno una decina di volte.
Prima, quando andava a piedi, se mi trovava in piazza a fotografare le intenzioni dei miei compaesani si fermava a farmi compagnia… fermava magari no, perché era incapace di stare fermo, ma a patto di non guardarlo agitarsi, ascoltarlo era affascinante. E questo nonostante la conversazione fosse praticamente impossibile, visto che cominciava riportando un fatto reale per sconfinare all’improvviso nell’assurdo.
Un giorno ad esempio, vedendo delle persone che uscivano dall’edicola disse:
«Eccoli, i piccoli sono Adele e Gianluca, poi quelli più grandini sono Simone e Chiara… girano sempre insieme, quelle dietro sono le mamme, sono preoccupatissime e non si sbagliano, la piccoletta soprattutto»
«Perché?»
«Perché i ragazzi hanno già comprato due biglietti di sola andata per Santo Domingo, documenti falsi e tutto»
«Chi? Ma se avranno quattordici anni!»
«Sembrano quattordici, ma ne hanno tredici. Hanno prenotato in ortopedia a Campodarsego per l’allungamento delle gambe e intanto fanno una terapia a base di ormoni invecchianti»
Bella la storia degli ormoni invecchianti, mi piace e farebbe al caso mio visto che sono quasi trent’anni che non mi riesce di compierne sedici.
La resa
Postato in Storie di Finemondo il giorno 16 ottobre 2006 | 12 Commenti »
In mezzo al deserto, anche se lontani, basta essere in contatto visivo per farsi coraggio.
Capita infatti che da qualche tempo in piazza mi faccia compagnia Mario, un adolescente con il quale ho scoperto di condividere due passioni, di cui una è l’amore per il ritratto e l’altra lo studio comportamentale del giudatore sulla rotonda.
Le cose vanno così: io me ne sto seduto da una parte a fumare e mugugnare come al solito, lui si esercita a ritrarre i passanti in movimento per affinare la sua tecnica di fumettista.
Non avendo altro in comune sulle prime ci siamo semplicemente ignorati, finché in rotonda non c’è stato uno di quei passaggi a sfioramento mortale multiplo che sono tanto cari ai miei compaesani. In questi casi la precedenza è di tutti e tutti la difendono col piede piantato sull’acceleratore e lo sguardo freddo e assassino di un ninja in ritardo.
È stato allora che ci siamo scambiati la prima smorfia, indignata la mia, divertita la sua, tanto da farmi ricordare (ogni tanto è utile) che non me ne sto qui a giudicare, ma a imparare. Imparare cosa? Non lo so per certo, anche se escluderei che abbia a che fare con l’educazione stradale…
Ciccia bomba cannoniere
Postato in Storie di Finemondo il giorno 11 settembre 2006 | 23 Commenti »
momentaneamente sprovvisto di bicchiere
Grasso.
Sono ogni giorno più grasso.
Colpa dell’età? Della vita sedentaria? Del lavoro che tutto parla parla, ma niente cammina cammina? Dell’alimentazione sbagliata che prevede solo grassi? Fibre grasse, grissini grassi, costicine, salsicce, pancetta, patate fritte? Ma se friggo con l’olio di semi! Ma dai!
E poi scusa, ma che razza di problemi sono? Ho l’età che ho, faccio una vita sedentaria perché il mio lavoro è al coperto, mangio quello che mi fa sentire non solo sazio, ma anche felice. Che cosa c’è di sbagliato in tutto questo?
E conta qualcosa il fatto che non passi giorno che qualcuno, in piazza, al bar, al lavoro me lo faccia notare? Conta qualcosa che un numero esorbitante di adulti anagrafici si sia lasciato abbindolare dalla scemenza che sostiene il legame tra il fuori e il dentro? Ma quando mai! Abbiate il coraggio di ammetterlo, per voi il dentro è un impiccio, non ci parlate da anni, è un ripostiglio murato meno frequentato delle mutande di una suora!
That’s Ammore
Postato in Storie di Finemondo il giorno 19 giugno 2006 | 6 Commenti »
Questa sera il tramonto è così bello che me lo godo in piazza, seduto sul muretto davanti alla chiesa. Tra poco il parroco chiuderà il portone e per venti minuti non ci sarà in giro nessuno. Qui chi cena a casa cena presto. Poi ricomincerà il via vai delle macchine che vanno a bere il caffé, l’amaro, che vanno a prendere il gelato… ma prima, per venti minuti, il palcoscenico sarà tutto per le rondini che salutano il sole.
È magia: il cielo diventa un florilegio di creature gioiose che danno un senso a tutto lo spazio che ci separa da Dio. Godere in silenzio di questo spettacolo è la mia personale liturgia, il mio atto di fede. Se può esistere tanta grazia, può ben esistere dell’altro.
Souvenirs de la vie
Postato in Storie di Finemondo il giorno 10 aprile 2006 | 13 Commenti »
In paese c’è chi giura di sentirlo arrivare con giorni e giorni d’anticipo, ma nessuno ne parla davvero volentieri, anzi, a chi capita di giungere da fuori a una sola di ora distanza dalla sua partenza, pare che il vento abbia spolverato il cuore con i semi sottili dell’oblio. Eppure, anche volendo ignorare quella parte di supposizioni che sono come le stelle filanti che si attorcigliano intorno alle caviglie dopo la sfilata di carnevale, so – io che sono straniero come lui – che al suo apparire all’imboccatura del viale che porta in paese, sia gli uomini che la natura rallentano il passo e abbassano i toni come durante un’eclisse.
Al primo sguardo sembra grasso, quasi tondeggiante, con i capelli fini e radi portati all’indietro, piegato sotto il peso di un carretto coperto da un’incerata azzurra, lo sguardo sempre fisso sulla strada.
Se nessuno ne parla volentieri quando parte, molti ne sentono la mancanza quando si assenta troppo a lungo, così capita che ne parliamo tra noi e parlandone che salti all’occhio questa strana cosa: tutti conoscono la sua storia, ma è impossibile stabilire da chi ciascuno l’abbia appresa.
Tutti sanno che è votato agli affari come un predestinato. Negli anni ‘50 vendeva frigoriferi, negli anni ‘60 televisori, negli anni ‘70 blue jeans, negli ‘80 telecamere, nei ‘90 azioni di compagnie telefoniche che gli erano costati anche l’elastico delle mutande. Da un giorno all’altro era sparito nel nulla. Molti lo davano per morto, ma la maggioranza era troppo impegnata a condurre una vita operosa e lo aveva semplicemente dimenticato. Non c’è mai tempo, mai; per la nostra gente perfino le vacanze sono più simili alle deportazioni che al divertimento. Da qui l’idea: a uomini e donne che non hanno mai il tempo per fermarsi a vivere, lui vende ricordi. Arriva nelle corti delle case dei bisognosi e infilando le mani sotto l’incerata ne cava quanto basta perché una moglie insoddisfatta, un figlio trascurato o un’amante esigente possano illudersi di essere stati altrove e felici, appagati non dalla ricerca del paradiso, ma dall’esserci già stati.
Ecco perché quando riparte, chino sotto il peso del suo carretto, dimenticarlo immediatamente è il pezzo più pregiato del suo servizio, così ciascuno può continuare ad illudersi che si esca dal solco solo montando su di un aereo o che per essere viaggiatori si debba per forza andare via da casa.
Le anime corte
Postato in Storie di Finemondo il giorno 28 febbraio 2006 | 14 Commenti »
Arturo il matto aveva una voce da tenore e un portamento da soprano. Si tingeva barba e capelli di nero e innalzava in cresta un doppio riporto duro, pescicagnolo, caramellato dalla lacca. Lo stesso faceva della punta del pizzetto e dei baffi, tinchi e appuntiti come delle Staedtler HB appena uscite dalla scatola. Sua unica divisa era una tuta rossa, sul tipo di quelle dei meccanici, ma attillata e piena di zip argentate. Gli stivaletti erano neri e lucidi, come i capelli.
Arrivava in piazza strombazzando sulla sua 131 mirafiori e frenava di botto davanti all’osteria che aveva fuori più gente. Allora scendeva in corsa lasciando che la macchina procedesse da sola a due all’ora e arringava la folla che non si perdeva lo spettacolo per nulla al mondo, estate o inverno che fosse.
Vuoi perché il discorso era sempre lo stesso, vuoi perché non si può prendere sul serio uno che sembra un cartone animato giapponese, nessuno ascoltava davvero le parole di Arturo che trapassavano perfino il vetro blindato della gioielleria. Nemmeno io, che le ho sentite decine di volte, sono in grado di ripeterle con esattezza, ma ne ricordo il senso: cominciava battezzando morti i suoi coetanei, responsabili a suo dire di avere rinunciato a futureggiare e li ammoniva di ripensarci, di smettere di essere ascolto-guardatori e tornare interrogatori -domandativi. Calcava poi la mano sul fatto che non sarebbero stati loro le vere vittime del complotto, ma i loro figli, e i figli dei figli, perché avrebbero scorto in noi e soprattutto in quelli dopo di noi, un vuoto di essereessenza, di domandanza e di ribellanza. Per questo, sarebbero rimasti loro stessi annientati dall’improvvisa violenza della nientenza che, come sanno tutti, è la malvagità peggiore.
Poi concludeva, questo sì lo ricordo bene, con un roboante «Siete delle anime corte!» e a precipizio raggiungeva la sua 131, saliva prima che facesse danni e usciva ridendo dalla piazza.
Una volta, per inaugurare il nuovo (e allora unico) semaforo del paese, Arturo scese in corsa e lasciò che la 131 passasse da sola con il rosso. Il Comandante dei vigili guardò la macchina, poi lui e sembrava indeciso su chi fermare per primo. Arturo gli si piantò davanti con le mani sui fianchi deciso ad arringarlo. Il Comandante non gli diede tempo e cominciò a cazziarlo per primo, forse non sulla stessa ottava del nostro, ma quasi. Purtroppo l’oratoria pretende grande controllo e il povero vigile più urlava e più s’infervorava: non potete immaginare che cosa ne fu della sua faccia gonfia quando capì che Arturo gli stava pisciando sulle scarpe.
Sul giornale c’era scritto che gli avevano dato sei mesi di gabbia perché era incensurato, perciò il fine settimana successivo era di nuovo in piazza a non essere capito da noi anime corte. Non risulta che gli avessero messo la multa per essere passato con il rosso.
Darei chissà che cosa per rivederlo ancora una volta vivo, a contemplare quanto siano andate vicine al boccino le sue palle lunghe che parevano perse da quanto le aveva tirate lontano.
Pray In
Postato in Storie di Finemondo il giorno 7 febbraio 2006 | 23 Commenti »
Scendo dalla macchina furibondo, stavolta smettono di dire messa se serve, ma così non si può più andare avanti: non ho niente in contrario che tutta la popolazione del mio paese voglia andare a messa la domenica mattina, né che per andare a messa tutti tirino fuori la macchina dal garage… ma se è tutto pieno cosa ti inventi le doppie e le triple file? Perché usi i passi carrai e perfino le stradine laterali che uno è prigioniero in casa sua finché non è finita la predica?
Appena dentro però una delusione totale. La messa c’è, è vero, ma sono in quattro gatti, che a vederli in tutta la grandezza del duomo sembrano anche di meno. E gli altri?
Un signore in ultima fila mi riconosce, si fa il segno della croce e mi raggiunge.
«Se è per la macchina vengo subito a spostargliela» tanto è lo stupore che mi dimentico dei miei propositi bellicosi. Una volta fuori mi stringe la mano.
«Porti pazienza, stamattina ho fatto tardi…»
«Ma sa che pensavo che la chiesa fosse strapiena?»
«Nooo, ormai non ci viene quasi più nessuno»
«Come mai?»
«Non c’è parcheggio!»
«Ma se state tutti a meno di cinquecento metri…»
«Vero, vero, però con l’automobile è un’altra comodità…»
«Non è che volete che la benedizione caschi anche sulle macchine, vero?»
«Eh, eh, no, però non ci è andato lontano…»
«No?»
«No, perché io un progetto ce l’avrei, le interessa?»
«Dica, dica» Già che ci siamo…
«Si tratterebbe di una chiesa all’aperto, stile Drive In. Ognuno con la sua piazzola, in macchina sua, la perpetua che passa sui pattini a prendere le prenotazioni per la comunione, il sagrestano che raccoglie le offerte e magari se le guadagna dando una pulitina al vetro, la parte cantata dritta dall’autoradio e per l’incenso una roba tipo l’arbre magique…»
«…»
«Cosa dice?»
«Non ha paura di perdere messa?»
«Si figuri, in ogni caso prendo la vespertina»
«Ecco vede… magari la vespertina al Drive In non viene bene…»
«Eh, eh, l’ha pensato anche lei vero? La soluzione ci sarebbe… un bel Drive In coperto, sopraelevato, riscaldato, con le uscite di emergenza… ma non è quello il vero problema»
«No?»
«No, il problema è che non riesco a trovare il modo di far montare gli inginocchiatoi sul lato guida»
«Ah…»
«Questo è il problema»
«Mi tolga una curiosità»
«Dica»
«Il Drive In coperto… perché lo vuole anche sopraelevato? A che cosa serve?»
«Perché sotto si fa il parcheggio!»
L’uomo di cioccolato
Postato in Storie di Finemondo il giorno 14 novembre 2005 | 1 Commento »
Il pompiere più anziano sta finalmente per forzare la porta mentre i vicini si fanno sotto, passin passetto, come giocatori in barriera quando l’arbitro non guarda. Si sentono nel loro pieno diritto: li hanno chiamati loro, dopo che per un’intera settimana dall’appartamento dei Marpin non è arrivato nemmeno uno strillo… come? Dopo dieci anni passati a litigare? Ci deve essere sotto qualcosa. La macchina è nel parcheggio, le persiane sono tutte aperte, c’è perfino la finestra del bagno spalancata! Anche se le tapparelle della camera da letto… Sono tutti pronti al peggio.
Giuseppe Marpin pensava che c’è, c’è una regola universale, un pilastro dell’esistenza di persone cose piante o animali – così pensava Giuseppe – se vuoi poter chiedere chiedere chiedere, devi anche dare. Non dico tanto, ma almeno qualche volta… il suo rovello era, chi ha indovinato può alzare la mano, la moglie Stefania, la donna con la quale divideva il letto da quindici anni sei mesi e tredici giorni. Stefania non era cattiva, al contrario, e tuttavia aveva compiuto una scelta di ridistribuzione affettiva universale che Giuseppe non riusciva a digerire: una santa con il mondo, tutto, una carogna con lui, sempre. E se anche c’erano, c’erano stati, giorni nei quali era quasi possibile tornare all’antica intimità, lei di punto in bianco s’inalberava (tanto più lui si avvicinava) e sbottava feroce: dovresti imparare ad essere più dolce e più spontaneo! E con questo la magia scoppiava come una vescica sul calcagno. Dolce… bah…
Stefania invece era semplicemente e assolutamente stufa. Non sapeva dire da quanto tempo, ma avrebbe detto un po’ di più tutti i giorni da almeno quindici anni. Stufa di un uomo che non si cambiava le mutande tutti i giorni, ma che stava tutte le domeniche mattina a lucidare la macchina, che ti mandava al manicomio con la sua ipocondria e si agitava se ti vedeva con due linee di febbre, uno con una scusa pronta per tutto, ma che se gli fai capire le tue ragioni ti dice di piantarla di smenare il torrone. Stufa.
I vicini seguono i pompieri che passano di stanza in stanza chiamando ad alta voce. Poi le voci si spengono nella camera da letto. A poco a poco sono tutti intorno al talamo che lascia interdetti anche i più morbosi. Su un cuscino un omino di cioccolato, sull’altro una stecca di torrone, simboli incomprensibili di un addio simultaneo e non detto, di un’ultima, definitiva scintilla di simpatia, di una camera lasciata al buio, senza nemmeno il bene di sapere chi se n’è andato per ultimo.
Circolare (!)
Postato in Storie di Finemondo il giorno 10 ottobre 2005 | 2 Commenti »
All’apparenza il gesto è meno ampio del dovuto, molto pigro, perfino accondiscendente, un girare di avambraccio teso a rimestare il caldo.
Lenti, nel loro rispettivo arco di rondò, percorrono centimetri di curva quattro spettatori semoventi che hanno abbassato il finestrino delle loro fredde capsule tombali con la faccia di chi vuole approfittarne per creare un po’ di ricircolo d’aria, così da dare il cambio ai residui di freon con vortici di caldo umido.
La ragazza sulla Panda vede spuntare da sotto il telo d’ordinanza la mano con il grosso anello d’oro. Si sente sollevata a non avere un uomo per cui stare in pensiero, né un fidanzato, né un amico caro che potresti correre il rischio di non veder tornare. E il sollievo genera un bolo di vergogna e la vergogna viene rimpiazzata dalla rabbia e la rabbia casca nel buco della stanchezza, della frustrazione, di quel suo girarci sempre attorno per finire un’altra sera ad ammazzare il tempo davanti alla tv.
L’uomo del furgone surgelati percepisce la grossa mole ricoperta e gli prende un colpo perché quella sagoma sembra suo padre sputato. Non si scappa. Non regge l’alibi di non avere mai tempo per andare al cimitero a mettergli un fiore. Sei sempre stato un lavativo, altrimenti non avresti quel lavoro pidocchioso…
Il carpentiere stringe forte la plastica imbottita del volante, deve stare più largo con la curva per non rischiare di urtare col cassone nuovo il rottame finito fuori rotta. Vede le suole dei mocassini ai piedi del morto. Nuove, ancora troppo lisce, micidiali sulla pedaliera consumata.
Pensa che quel fesso non avrà più tempo per portarle a meno che non gliele facciano portare per sempre.
L’ultimo ha la ferramenta da riaprire alle due. A mezzogiorno e venti era già nell’appartamento della sua nuova ragazza, ma ora dell’una era di nuovo per la strada a domandarsi perché, all’improvviso, avesse sentito il bisogno di inventarsi una scusa per scappare. Strano come si veda che uno porta il parrucchino, pensa fissando i pochi ciuffi compatti che intravede lì per terra, all’attaccatura del morto. E il pensiero gli torna indietro come un boomerang tirato bene, e si compatisce per ‘sta storia tristissima della mezza età che striscia a scollare il cervello dal dentro della calotta, intanto che da fuori un parrucchino resta sempre un parrucchino. Si convince per un momento che potrebbe essere anche più felice con meno fatica, ma cede e pilota il sentimento a ribadire che l’unica è continuare a menarlo dentro e fuori, perché si può sempre finire a fare l’attrazione morbosa sui rondò.
L’agente dopo essersi guardato intorno per la terza volta rinuncia al gesto pacato e contenuto, bisogna sempre urlare:
«Circolare!»
E l’allargare della rotazione accompagnatoria, mostra alla fine quelle spaventose chiazze di sudore sub ascellare che con tanta eleganza fino ad ora era riuscito a mascherare.
«Circolare!»
Non c’è niente da vedere.






