Senza titolo.
Non credo infatti di averne per dire alcunché, tuttavia, come si dice qui:
mi no digo gnente, ma gnanca no taso
Perché sono andato al LitCamp?
Perché mi ero fatto l’idea che fosse un camp dedicato alle scritture. Ai blog narrativi in particolare. A questi tanti o pochi, velleitari o meno (i punti di vista al riguardo si sprecano), compagni di strada volevo raccontare un mio particolare percorso – non originale e non nuovo, come Remo Bassini può illustrarvi meglio di quanto possa fare io – che ho intrapreso come conseguenza ad alcune riflessioni che, ridotte all’osso, sono: l’editoria tradizionale spesso non ci considera pubblicabili (per gusti, strutture narrative, mercato, business, non importa), la “gente” legge poco.
Allora, quello che eventualmente ci nega l’editoria tradizionale è il soldo, non la possibilità di raccontare delle storie, ciò che ci preclude non sono le occasioni di scrivere, ma i salotti buoni, i premi estivi, gli autografi, le comparsate, i dibattiti con gli assessori, le giurie dei reality… ciò che nessuno può impedirci è di usare altri strumenti, altre occasioni, non solo la rete (che è ancora piccina picciò), ma i reading, gli mp3, la messa in scena, i giornali di annunci gratuiti, le pro loco… fate voi.
Sì, ma tocca farlo gratis! Certo! E ben venga, un bel chi se ne frega non vogliamo mettercelo? Vogliamo scrivere o guadagnare? Se sono i soldi quelli che ci premono, non è un’industria fallimentare come l’editoria la risposta giusta.
Sì ma la “gente” non legge. E questa sarebbe una scusa? Ci sono anche un sacco di buone ragioni per ritenere che la vita sia ugualmente degna di essere vissuta senza avere neanche un libro per casa (quella stessa vita che sarebbe quasi espiazione senza tre televisori e un paio di cellulari), una su tutte è che nessuno si è dato la pena di indurti a pensare il contrario. E tuttavia questo non è un rifiuto pregiudiziale ad ascoltare delle storie, a farsele raccontare. Se qualcuno è disposto a farlo ovviamente. E gratis.
Fino a qui le intenzioni

