Postato in dodicidecimi il giorno 8 gennaio 2007 |
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dodicidecimi – scarti di una memoria eccessiva
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A Daulo Inferiore viveva una maga capace di fare un unico incantesimo.
Erano i primi mesi del 1972, mancava poco a mezzanotte e il campanello riuscì appena a scalfire il fitto muro di decibel prodotto dal russare di mio padre. Io e mia madre tuttavia eravamo alla porta pochi istanti dopo e ciò che vidi non me lo sono mai più dimenticato: era Monica, la figlia maggiore del nostro vicino, il signor Brighetti, uomo di cui tutti dicevano un gran bene. Bene ne parlava il titolare della ditta dove era impiegato, bene ne diceva il parroco che lo vedeva a messa tutte le mattine all’alba, bene ne diceva mio padre che ne apprezzava i modi cortesi quando lo incontrava per strada, bene ne pensavo io perché mi restituiva sempre il pallone quando mi andava nel suo giardino e invece di minacciare cruente forature se ne usciva sempre con una battuta e un lancio di ritorno calibrato.
A me piaceva molto anche Monica, i lineamenti finissimi del suo viso, i capelli rossi vaporosi e irriducibili al pettine, i maglioncini di lycra attillati che ne denunciavano la sua natura, per dirla con mio fratello, di portatrice sana di tette.
Monica più che entrare precipitò nel nostro ingresso come se la soglia fosse stata il ciglio di un orrido. Cercò anche di parlare, ma tutto quello che le scivolò dalla bocca fu mezzo incisivo e un po’ di saliva rossastra. Come sapevo che si trattava di Monica? Non dal viso gonfio e tumefatto, non dai capelli fradici come alghe spiaggiate, non dagli abiti che erano, credo, un pigiama sformato e una specie di giacca di lana viola.
Era l’insieme a dire che fosse lei, l’equivalente fisico dell’aura.
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