Angelica si era innamorata di Raffaele a fine luglio, però lo aveva capito solo la seconda settimana del mese successivo. Lui era ripartito la mattina dopo Ferragosto e nessuno dei due aveva azzardato l’idea di continuare a vedersi, perché sembrava ci fosse stato da subito il tacito accordo che la loro dovesse essere un’avventura di stagione: non sono rari del resto i trentenni che si convincono di essere troppo avanti con gli anni per innamorarsi al primo sguardo.
Era un po’ la storia della sua vita. Le cose non erano mai ancorate da nessuna parte, scivolavano, si lasciavano spostare in avanti nel tempo, docili come ghiaccio sul marmo.
Di sicuro la storia con Raffaele – si era ripetuta per due mesi Angelica – le era sembrata diversa perché sottratta alla noia del quotidiano, la totale sintonia che loro due sentivano di avere pretendeva il prezzo della fugacità. Però.
Però Angelica all’inizio di novembre non ne può più, le sembra che le settimane le stiano scappando, senza che lei possa fare qualcosa per restare aggrappata a un periodo nel quale si è sentita finalmente felice, così si prende un giorno di vacanza e torna al mare. Sono soltanto ottanta chilometri, pari a un’ora e venti di corriera sulla stradona sudata di nebbia, percorsi a singhiozzo insieme a persone sprofondate in un sonno operaio.
A metà del tragitto il mezzo si svuota davanti alla fabbrica e tra lei e l’autista intercorre uno scambio di sguardi muti che suonano all’incirca:
Cazzo fai? Non scendi?
Cazzo vuoi? Pensa a guidare.
Poi lui chiude le porte, il finestrino che aveva già abbassato e appoggia la sigaretta sul cruscotto con una bestemmia dipinta in faccia.
Angelica scende alla solita fermata, quella che utilizza d’estate. La piazzola è un porto foderato di foglie secche.
La spiaggia è due strade più in giù, appena attraversato il quartiere deserto degli alberghi. Il mare no, quello non è deserto: al largo è una giornata di lavoro come un’altra, con i pescherecci che pescano, i traghetti che traghettano e, ancora più in là, le petroliere che lavano le cisterne in mare prima di imboccare il canale dei petroli.
La spiaggia non ricorda, non conserva l’eco delle miriadi di parole che si sono spese durante l’estate – la sabbia non trattiene i segni, è il mestiere suo – ma il fatto è che non sembra nemmeno più lei: è più corta perché le mareggiate se la mangiano ogni inverno, in più è sporca, le alghe pomeridiane, che fino a tre mesi prima disgustavano i bagnanti sulla battigia, adesso sarebbero un decoro di lusso: ora ci sono rami, sacchetti, carogne di piccoli animali, lattine, bottiglie di plastica e cacche di cane. Tante cacche di cane. Cani grossi come vitelli, si augura Angelica. Il mare si sta ritirando: Angelica sente che non è tanto per la bassa marea, è proprio che il mare ha orrore della spiaggia e si ritrae schifato. E lei non ha nemmeno le scarpe adatte a tutta quella merda. Sbuffa.
Angelica riattraversa le strade deserte, costeggia gli hotel e prende la strada per il paese. Ogni spiaggia ha un paese da qualche parte, un paese nei quali vengono conservati i sorrisi estivi riservati ai turisti, in cui si torna a una vita regolata dalla televisione; un paese che se non ci fosse il mare sarebbe da spararsi, un paese lontano da tutto, un paese triste, piccolo, grigio, un paese che non sembra possibile abbia potuto costruire da solo quella grande, sterminata giostra da soldi che è il lido.
Angelica si sente infantile, ma è delusa lo stesso da quella miseria urbanistica, come se avesse scoperto che il gigante buono è un automa manovrato da uno gnomo, o da un topo. E poi, dov’è finita la gente? Perché anche il paese invernale è così desolato?
Si ferma in un bar, un bar di quelli con l’arredamento anni ottanta ancora mezzo nuovo, attacca bottone col barista e, esauriti gli argomenti da esauriti (il tempo, la crisi, le tasse) chiede al suo nuovo amico perché ci sia in giro così poca gente. Scopre che tutti gli stagionali, anche i residenti, sono già a fare la stagione in montagna, mentre i padroni che se lo possono permettere sono in vacanza, oppure hanno un ristorante in città, cento chilometri più a sud.
Le viene la curiosità di sapere se il barista vada mai a farsi delle passeggiate in riva al mare. L’uomo la guarda come se gli stesse chiedendo se va mai a tuffarsi di testa nel letame.
Esce dal bar, aggira l’isolato, e si ritrova nella piazzetta del comune. Dalla panchina al sole che si è scelta si vede il vicolo che porta all’ufficio postale. Angelica immagina le valanghe di cartoline che ci passano ogni estate da almeno cinquant’anni. Tra quei milioni di immagini, fatte apposta per essere banali, e la pochezza dell’ufficio, le viene in mente il periodo in cui una sua vicina lavorava per una linea erotica: brutta e trascurata come poche, se ne stava a ricevere deliri morbosi di falsi superdotati.
Possibile che dietro a ogni facciata ci siano solo impalcature? Vuoi vedere che mi sono fatta questo giro pro reumatismi – perché il mare d’inverno è come farsi delle flebo di umidità allungata con l’acqua – solo per avere il coraggio di dirmi che quella con Raffaele è stata una storia da spiaggia, e che la realtà si mangia il mio romanzetto da zitella come una stronzissima mareggiata? È questa la medicina che sono venuta a prendere?
Le sigarette sono in fondo alla borsa. Ci vorrebbe la maschera col boccaglio per arrivarci senza dover rimestare per ore fra oggetti per lo più incomprensibili al tatto. Per via del pacchetto morbido alcune cicche sono uscite e si sono spezzate. Ha tabacco sotto le unghie. Finalmente una sana. Occorre un’altra immersione per l’accendino. Sbuffa di nuovo.
Perché stavolta non riesco a cavarmela con un po’ di nostalgia e una cioccolata calda? È questo che sono venuta a fare? A fumare una sigaretta e a compiangermi? Possibile che non so mai che cazzo voglio? Non mi piace. Ci giro intorno e alla fine voglio solo Raffaele, non voglio sentirmi desiderabile, voglio sentirmi desiderata da lui. Punto. E vaffanculo alla sigaretta che non ne avevo neanche voglia.
L’hotel si trova sul corso principale, è abbastanza grande da restare aperto tutto l’anno. Angelica entra, resta dentro il minimo indispensabile e torna fuori. Trova una panchina e tira fuori dalla borsa il cellulare. Fa un respiro profondo, ha lo stomaco annodato.
«Pronto?»
«Ciao»
«…»
«…»
«Angelica?»
«Sì…»
«…» si sente che tira su col naso.
«Sai che il Continental è aperto tutto l’anno?» chiede Angelica.
«Eh?»
«Mi sono appena comprata il tuo indirizzo e il tuo numero di telefono»
«Sì»
«Ho fatto male?» Angelica è in apnea, il telefono le scotta in mano.
«Nooo! Non ce la facevo più, perché non sapevo se mi avresti voluto parlare, allora anche se ho il tuo numero da un paio di settimane…» ancora un po’ e le chiede scusa di non averla mai dimenticata.
«Il mio numero?»
«Ci avevo pensato anch’io e insomma… me lo sono fatto dare»
«Anch’io non ce la facevo più, ma non lo sapevo, cioè sapevo che non ce la facevo più, ma non volevo ammettere che fosse per questo»
«Non so se ho capito, perché vorrei tanto capirla a modo mio»
«Sì, sì, quello. È il modo giusto, sì. Voglio dire, tu sei contento di come la capisci?»
«Sì»
«Allora è giusto, l’hai capita giusta»
«Bene» dice lui.
«Bene» dice lei.
La loro telefonata finisce fra un bel po’ di tempo, non è nemmeno il caso di starla a sentire tutta; ci basta vedere Angelica che ha cambiato faccia, che si è appoggiata allo schienale e ha disteso le gambe, ci basta vedere Angelica sulla panchina e il corso pieno di sole, ci basta sentire che Angelica, per quanto lontani stiamo, per quanto in alto possiamo andare, ritrosi a lasciarla, ma rispettosi della sua felicità, non è solo quel puntino felice nel corso pieno di sole fra altre strade parallele piene di sole che digradano come terrazze verso il mare, è anche una donna che ha trovato la sua, di strada.


è bello sapere che per ognuno l’amore ha il senso che ha.
e per ognuno ha un senso diverso
e valgono tutti.
leggi de botton
…bellissimo. Bellissimo post.
Ho sentito l’aria del mare d’inverno sulla mia pelle.