scarti di una memoria eccessiva
La scuola era finita da poco quando all’alba di una domenica di giugno del 1972 – sempre lui – fui deportato a Pinarella di Cervia, a dispetto delle mie giovani unghie novenni conficcate negli stipiti della porta di casa in un ultimo irragionevole tentativo di resistenza. L’Alfa Romeo bruciò la Romea, la Ravegnana e la Cervese come se avesse avuto in animo di tornare al futuro e poco mancò che il nostro arrivo precedesse il risveglio delle suore della colonia estiva. Per tutto il viaggio avevo fissato la strada domandandomi com’era stato che un posto, che per tutto l’anno era stato oggetto di minacce tipo “se continui così va a finire che ti mando in colonia”, una bella mattina fosse diventato miracolosamente un colpo di fortuna imprevisto riservato a pochi eletti… Appena disfatta la valigia, la menzogna si rivelò nella sua interezza: le etichette recanti il numero 102, pazientemente cucite all’interno di ogni indumento, smentivano la versione dell’evento inaspettato. C’era tuttavia anche un residuo novanta percento di verità, se si considera che, tra i pochi eletti, nove fortunati su dieci erano orfani ospiti dell’istituto che le suore gestivano a Bologna…
Mio padre borbottò delle vaghe promesse di rivederci e se ne andò subito, trascinato per le scale dalla superiora, lasciandomi solo nella camerata, incapace di assimilare i cambiamenti devastanti appena avvenuti nella mia vita. Subito dopo la porta del bagno si spalancò e Gerardo, almeno così diceva il nome sul suo cappello, venne a piantarsi a pochi centimetri dal mio naso. Se non ci siamo toccati in quell’occasione, credo sia stato a causa della consistenza del suo odio, un odio spesso, cupo, quasi calloso.
«Ciao signorina, piangi pure adesso, mentre decido se annegarti o distruggerti a ciccopalmo»
Le sue minacce furono la mia fortuna. Gerardo non poteva saperlo, ma avevo passato in ospedale quasi tanto tempo quanto lui all’orfanatrofio, costantemente arruolato in bande di ragazzini lungodegenti incattiviti dalle malattie. Fu un sollievo aderire acriticamente al suo odio potendolo ricambiare. Mi sentii all’improvviso a casa. Non solo, ma le mie riabilitazioni erano fatte di interminabili pomeriggi di nuoto, così che annegare era l’ultimo dei miei timori. Per giunta concordavo anche sul fatto della signorina: erano due mesi che dicevo ai miei che volevo i capelli tagliati da maschio e non da Napo Orso Capo. Insomma, che cosa diavolo era il ciccopalmo?
Quello stesso pomeriggio cominciai ad allenarmi.
Per giocare a ciccopalmo ci vogliono due giocatori e due biglie di plastica raffiguranti ciclisti famosi. Scopo del gioco è impadronirsi della biglia dell’avversario colpendola con la propria (da cui cicco) o quantomeno portandola ad una distanza uguale o inferiore alla misura di un palmo (ma va bene anche la spanna). L’unico modo consentito per muovere la biglia è pizzicarla tra l’indice e l’unghia del pollice. Dal momento che allora non risultava che il ciccopalmo fosse praticato all’esterno del cortile dell’istituto, il torneo che stava per cominciare fu giustamente considerato Campionato Mondiale. Gerardo era unanimemente considerato il migliore, un cannibale imbattuto e imbattibile. Non credo oggi ci sia qualcuno che pratica ancora questo sport da gentlemen, dal momento che adesso delle biglie con dentro dei ciclisti andrebbero autonomamente a settanta all’ora e le partite verrebbero interrotte dall’irruzione dei NAS. A dirla tutta anche noi avevamo una forma di doping: i cioccolatini purganti spacciati a tradimento dalle suore. Le biglie andavano lo stesso a settanta all’ora, ma stando nelle tasche dei bambini diretti in bagno.
Gerardo si rese conto che il copione non era quello che sapeva a memoria, così per tutta la vacanza si limitò a disprezzarmi da lontano, ad una distanza che aumentava all’aumentare del suo odio, ricambiato, fatto di sguardi criminali, minacce e promesse di morte.
Il ciccopalmo mi piacque al punto che tre settimane dopo, l’ultima sera di permanenza in colonia, mi ritrovai a disputare la finale proprio contro Gerardo.
Mi capita di ricordare, con la precisione esasperante di un fermo immagine, i pochi momenti decisivi che hanno segnato il mio modo di essere adulto, un’immagine svuotata dal tempo, congelata nel momento più significativo di una catena di eventi dei quali purtroppo mi rimane solo una memoria emotiva, torbida, come sempre quando il flusso delle aspettative impatta violento contro l’alta marea del reale, tanto da risalire la corrente spazzando e disperdendo i depositi dell’esperienza non ancora consolidata.
Vorrei che vedeste, come vedo io adesso, l’istantanea dell’attimo che segue l’ultimo lancio nella finale del Campionato Mondiale di Ciccopalmo 1972, categoria Gentlemen. Vederlo non vi lascerebbe alcun dubbio sulla fiduciosa determinazione che mi sosteneva il quel momento, sul desiderio immotivato di vendetta che allagava il mio cuore con una deliziosa furia omicida, sul godimento che già mi aveva fatto alzare il braccio destro per offrire l’incavo dell’avambraccio allo schiaffo sordo del palmo della mano sinistra… vorrei dipingervi l’urlo che mi saliva inesorabile, nel constatare che da venti metri il mio Gimondi stava addirittura ciccando il suo miserrimo Eddy Merckx… crack!
Nell’istantanea entra anche la suola del sandalo di suor Alberta. C’erano un paio di piccoli che si stavano picchiando e occorreva dividerli. Il gioco, il nostro gioco, metafora emotiva della guerra, interrotto e annientato da una pacificatrice di passaggio. Rotto il giocattolo che ci permetteva di alimentare il rancore, attoniti, deprivati della prospettiva futura di odiarci ancora perché non c’era più luce, né tempo l’indomani.
Liberi soltanto, forse, di non imbarcarci in nessun’altra guerra di religione.


l’iniziazione e la crescita tramite ciccopalmo: un qualcosa di favolistico da eldorado, soprattutto per uno come me che conosceva praticamente solo la campana col gessetto, il sottomuro con le cinque lire o il battifigurina sul marciapiede.
Ironia godibilissima col senno di poi per momenti da infante assai travagliati…
ben ritornato.
Roberto, ci siamo formati col gioco d’azzardo, scommetto che questo spiega molte cose…
un abbraccio
un racconto così carico e denso di tensione e odio in terra sconosciuta?
se il tuo sito viene monitorato dai servizi, nel giorno dell’anniversario dell’ 11 settembre, potresti ritrovarti nei guai…….
parte i schersi, bello, come sempre. Quasi (anche senza), leggendo mi piacerebbe essere del ’68 ed essere stato a fianco di tante battaglie (e non mi riferisco alle biglie……..)
Senti Mauro, in certe occasioni credo che sia inutile stare a cercare commenti effettati… questo racconto è splendido, punto.
Il finale con la metafora emotiva della guerra interrotta da una pacificatrice di passaggio, poi, è geniale, punto.
Ciao D
Diego, Roberto, che poi io vi voglio troppo bene, virgola
Andrea, ne stiamo facendo altre che valgo altrettanto, punto esclamativo
“Cicco e spanna”, è questo il nome che emerge dalla mia memoria. Non per me perché femmina, ma gli amici del paese erano veri campioni.
Qualcosa sopravvive a Rimini, con tanto di torneo fra sindaci, assessori e campioni di sport vari
http://www.bigliedaspiaggia.it/
quando si è bravi si è bravi.
la prossima volta nasco al momento giusto e in colonia ci si va assieme.
(dice che devo scrivere banteng come parola d’ordine. obbedisco)
è bellissimo, mauro.
chiudo gli occhi e lo vedo come una pista di palline.
la buca finale è in quella frase all’inizio dell’ultimo pezzo, quella che racconta di come sei diventato adulto.
Mi sono spiegato male: le gare con la pista, le paraboliche, il ponte e le buche, sono giochi da spiaggia per bambini-bambini, quelli veri, quelli che ne siedono uno per terra e trascinandolo per i piedi gli fanno incidere il tracciato col culo.
Il Ciccopalmo è un gioco da cortile, da pineta al massimo, va giocato al riparo da occhi indiscreti perché è annoverato tra i giochi d’azzardo. I giocatori, un tiro ciascuno, se vincono, si prendono la pallina dell’avversario e accumulano piccole fortune, soprattutto se la biglia è quella con la figurina di Zandegù.
vedo che le vacanze t’hanno fatto di molto, ma di molto bene..
Devo ringraziare Diego per questa segnalazione. Il racconto è sottile. V’è quella spanna di odio che si tocca. C’è. C’è come solo fra bambini riesce ad esserci. Un odio puro, che nasce da dentro e si esprime attraverso il corpo, le parole, i sentimenti. Che trova quiete in un gioco di guerra. Io me lo ricordo un gioco simile, fatto per strada dai ragazzetti, già allora maschi con giochi di maschi dai quali cercavano di escluderci. Una variante era data dai tappi, quelli in metallo che venivano rigorosamente schiacciati e distribuiti nel percorso. Ostacoli da strategia marziale di alto livello. Minuti di sfida negli occhi. Dentro. E poi il pizzico, lo schiocco, la biglia che parte e va dritta alla meta. Il successo. La parolaccia urlata. La vecchia che rimprovera tutti, anche noi bambine che stiamo solo a guardare, costrette con le nostre bambole rose fra le mani.
Bel racconto.
vede, caro Lei, io di biglie con i ciclisti ne ho ancora. Son loro, forse, ad essere defunti.
Gimondi, Bitossi.
Eroi del secolo passato.
La sfido fin d’ora, sia chiaro
leggerei volentieri il diario delle tre settimane passate in colonia. un’esperienza che a me manca.
ot: anch’io convinta sostenitrice del tuo generatore di keycode, finché non mi sono ritrovata (ora) a dgt “penyu”.