Senza titolo.
Non credo infatti di averne per dire alcunché, tuttavia, come si dice qui:
mi no digo gnente, ma gnanca no taso
Perché sono andato al LitCamp?
Perché mi ero fatto l’idea che fosse un camp dedicato alle scritture. Ai blog narrativi in particolare. A questi tanti o pochi, velleitari o meno (i punti di vista al riguardo si sprecano), compagni di strada volevo raccontare un mio particolare percorso – non originale e non nuovo, come Remo Bassini può illustrarvi meglio di quanto possa fare io – che ho intrapreso come conseguenza ad alcune riflessioni che, ridotte all’osso, sono: l’editoria tradizionale spesso non ci considera pubblicabili (per gusti, strutture narrative, mercato, business, non importa), la “gente” legge poco.
Allora, quello che eventualmente ci nega l’editoria tradizionale è il soldo, non la possibilità di raccontare delle storie, ciò che ci preclude non sono le occasioni di scrivere, ma i salotti buoni, i premi estivi, gli autografi, le comparsate, i dibattiti con gli assessori, le giurie dei reality… ciò che nessuno può impedirci è di usare altri strumenti, altre occasioni, non solo la rete (che è ancora piccina picciò), ma i reading, gli mp3, la messa in scena, i giornali di annunci gratuiti, le pro loco… fate voi.
Sì, ma tocca farlo gratis! Certo! E ben venga, un bel chi se ne frega non vogliamo mettercelo? Vogliamo scrivere o guadagnare? Se sono i soldi quelli che ci premono, non è un’industria fallimentare come l’editoria la risposta giusta.
Sì ma la “gente” non legge. E questa sarebbe una scusa? Ci sono anche un sacco di buone ragioni per ritenere che la vita sia ugualmente degna di essere vissuta senza avere neanche un libro per casa (quella stessa vita che sarebbe quasi espiazione senza tre televisori e un paio di cellulari), una su tutte è che nessuno si è dato la pena di indurti a pensare il contrario. E tuttavia questo non è un rifiuto pregiudiziale ad ascoltare delle storie, a farsele raccontare. Se qualcuno è disposto a farlo ovviamente. E gratis.
Fino a qui le intenzioni
Poi è mi è capitato di assistere alla presentazione di Lulu, sponsor della manifestazione. Mi sono venute in mente le gite a dieci euro tutto compreso, con la vendita delle pentole al ristorante. Non c’è niente di male nel mercato. Non c’è niente di male in Lulu, tranne per la parte nella quale un signore chiamato Bob, già benefattore dell’umanità grazie alle open source, vuole rinnovare il regalo liberando gli aspiranti scrittori dal giogo della perfida editoria.
Di mestiere vendo una delle cose più sopravvalutate del decennio: computer. Conosco due acche secche di marketing, ma so distinguere un venditore da un benefattore. Alcune delle ragioni sono espresse benissimo da Rita Bonomo qui e soprattutto in questo post, altre nei link a fine articolo. Le mie ragioni sono principalmente legate a quanto detto prima: non trovo nulla di sbagliato se si usano consapevolmente i canali più disparati per raccontare una storia, per farla arrivare a chi un nostro libro non lo comprerebbe comunque, ma trovo profondamente ingiusto far credere a chi non ne ha gli strumenti che la stampa on demand sia un ottimo affare. Se lo può sembrare, è perché esistono già decine di case editrici o peggio, di agenzie letterarie – almeno questo è quello che qualcuno permette loro di scrivere sulla carta intestata – che cercano autori esordienti per lanciarli senza indugio nel mondo della carta che conta, previo pagamento della lettura dei manoscritti, di un costosissimo e irrinunciabile corso di bibliocazzologia e di un contributo spese pari a tre volte il valore di ciascuna copia stampata, per un minimo di duemila copie.
Ecco, per come la vedo da qui non mi è riuscito di dirlo meglio di prima, ma confido nei commenti e nei link verso l’altrove: per parte mia questo basta e avanza, dalla prossima settimana ricomincio con le storie.
un video-frammento di Gilgamesh su quanto detto in sala 3
Ecco altri link sull’argomento segnalati da Rita:
il caffè di milaga
the cats will know
idem
Francesco Forlani (nazione indiana)
Flounder
Il Domenicale (segnalazione di Marco Salvador da Remo Bassini)


tralascerei il problema ‘soldo’ associato alla fama e al successo: amo dire che sono consapevole che diventerò famoso tra quattro reincarnazioni compreso obbligatorio passaggio a quella di scarabeo stercoraro.
m’incentrerei sul problema ‘lettori’, invece, auspicando pubblico attento, commentatori lucidi e originali, rispettosi con amore per un lavoro a volte faticoso.
così, tanto per affermare che qualcuno come me, scribacchiando, vive soprattutto di soddisfazioni morali.
e magari lanciare una provocazione rispetto a qualche commentino blogghistico…;-)
il soldo e la fama sono due allucinazioni della stessa pasticca, secondo me.
Ecco fatto. Uscita da dietro la lavagna.
)
Rr
questo è un argomento che mi lascia troppo spiazzata.
tanto quanto il tuo intervento a torino. mi sono vista nel filmatino di gilgamesh ed in quell’attenzione mi sono riconosciuta.
ti guardavo come si guarda un marziano.
quest’urgenza di scrivere, di portare le storie fuori e condividerle, il tutto senza un minimo di autoesaltazioone, vanità o fanatismo.
ecco, è questo che mi ha colpito.
anche io ho urgenza, ma è un fatto personale, scrivere serve a rileggermi e capire, a mettere a fuoco.
ecco perché – anche da Rita – dicevo che la questione lulu o della pseudoeditoria, è un fenomeno sul quale posso prendere posizione solo in modo teorico.
e comunque a torino parlavo sul balcone con questo signore di cui non ricordo il nome, un editore assai serio.
confermava il dato: se uno si presenta da lui raccontando di aver già pubblicato un libro con lulu o simili, viene escluso a priori, proprio per il fatto di non essere rispettoso sia del lavoro che c’è dietro un’editoria tradizionale, sia per la tracotanza nel definirsi autore pubblicato.
in realtà forse non c’è purezza nemmeno in questo, non so.
quel che so è che nel mio lavoro mi trovo a che fare con le produzioni agroalimentari biologiche, che costano il triplo. sotto c’è sempre un guazzabuglio, una commistione di fatti. tipo che se vuoi il marchio devi comprarti anche i blocknotes per fatturare prodotti dall’azienda così o altre cose prodotte dal’azienda colì.
bisognerebbe dirsi un po’, con onestà, a cosa si aspira veramente. se è la pubblicazione tout court, non è più urgenza: è marketing, è narcisismo.
se è una freccia da scagliare, a prescindere dall’arco (moneta, fama, etc etc) allora sì, allora mi ritrovate accanto a voi.
(Flo’, se ti può aiutare: Marco Civra, delle edizioni Marco Aurelio. Lo so perché l’ho registrato io, e ci teneva molto, anche a non avere la spilletta con il nome. Forse per lo sponsor?)
Comunque, io ho letto questo post, le riflessioni di rita altrove (dai link segnalati in coda al post) e mi sembrano molto interessanti, anche se non saprei prendere, forse, una posizione.
Forse la mia è più vicina a quella di Flounder.
Voglio dire, per me la scrittura è una riscoperta, ma non penserei mai alla pubblicazione, non credo di avere quel tipo di scrittura, che riconosco in altri.
Per questo motivo, penso non arriverei comunque a utilizzare lulu.
Sicuramente riconosco la validità di quello che sta dietro a una pubblicazione (l’editing, la correzione, un occhio “altro” che valuta il tuo testo).
La sedimentazione e il lavoro di limatura di cui parlava anche Mauro, nel pezzetto registrato da Gilgamesh.
Sono cose che vanno perse, in questo tipo di pubblicazione.
E non è un fatto di costi o di gratuità, c’è un lavoro di scelta – di parole, di attenzione al testo, di rispetto, se così lo vogliamo chiamare – che in questa “democraticità” forse si perde.
Comunque, vado a sentire anche l’altra campana (sulla radio catrame 19 dovrebbe esserci l’intervento di Lulu) e poi, magari, torno con le idee più chiare.
Hai ragione flounder, l’argomento e soprattutto il coinvolgimento personale richiedono di non essere ambigui.
Posso ovviamente parlare solo per me:
1 – Quello che scrivo non interessa alle case editrici istituzionali. Posso dolermene, ma è così.
2 – Potrei provare a cambiare registro nella speranza di trovare una migliore acccoglienza, ma non è cosa, non m’interesserebbe più. Il fatto è che spesso mi capita di comprare una delle opere nelle quali l’editore tal dei tali si è speso di più e di pensare: ma come ..zzo scrive questo? Quindi facciamo finta che abbiamo un’idea della narrativa non coincidente.
3 – Dai due punti precedenti potrei ricavare un senso di fallimento, oppure prenderne atto e praticare altre strade. Che poi è quello che faccio. Per passione, per sincero convincimento.
4 – Posso perfino decidere di servirmi di Lulu, ma consapevolmente, non perché una simpatica ragazza mi dice che gli editori veri buttano negli sgabuzzini i manoscritti, non perché fa leva sul mio sentirmi incompreso, non perché mi dice che lo fa per il mio bene, non perché mi promette guadagni possibili.
Rita le pulci gliele ha fatte meglio di quanto io non sia stato capace, anche perché io che sono un maledetto moralista, sono sensibile più al versante etico che aziendale.
Mi avevi già detto quello che ti sembra differenziare il mio approccio dal tuo: non so se sia così, ma so che non posso che fare così, perché scegliere di non scrivere sarebbe come scegliere di non pisciare per i prossimi dieci anni (e che Renoir padre mi perdoni).
Marco Civra è Edizioni Marco Valerio. Credo.
non ho certezze, io.
ho pubblicato, dopo valanghe di no a palate di cacca ricevute.
e le palate di cacca, se non sei un autore da migliaia di copie, si continuano a riceverle, credetemi.
il blog, a mio avviso, amplifica ciò che è sempre esistito: l’amarezza per essere stati esclusi dall’editoria.
non t’hanno pubblicato, preferiscono altri.
perché preferiscono altri?
allora, io dico che l’editoria – a parte le raccomandazioni e i fenomeni di cui non so dire: pulsatille, saviani eccetera – è un caso.
c’è uno che scrive e uno che legge.
quello che legge, o quelli che leggono, alla fine devon dire due cose (in una): il libro m’è piciuto, il libro è vendibile.
magari dicono solo il libro è vendibile, e questo è triste, ma è sempre stato (liala).
si arriva alla pubblicazione per caso; poi in subordine ci voglion due cose: la bontà del testo, l’insistenza dell’autore.
un manoscritto va inviato a 100 case editrici almeno prima di dire Me l’han bocciato.
(interessante quel che dice mozzi sul rapporto uomini-donne che pubblicano: le donne insistono di meno).
su lulu.
ho letto le osservazioni – interessanti – di rita bonomo.
non credo risolva nulla, lulu.
genna può togliersi lo sfizio di fare un libro, ma vediamo se poi bisserà.
chi è stato segato da uno o più editori, magari, tenta.
del resto primo levi fu segato da einaudi, dalla ginzuburg.
se questo è un uomo fu bocciato.
primo levi lo fece pubblicare: da un giornale del vercellese, comunista.
l’importante che la scrittura viva.
non è facile.
perché siam tutti scrittori a caccia del lettore e questo ci fa vivere nel disagio.
se mando un manoscritto a una casa editrice aspetto un anno, almeno.
perché il mio manoscritto è insieme ad altri manoscritti di gente che non legge, non sa scrivere, e pensa di dover pubblicare.
il discorso è lungo, mi fermo.
begli interventi, interessanti, qui.
come quello di flounder.
come il tuo, mauro.
buona giornata
PS sulla vendibilità. allora io ho pubblicato anche con mursia.
e mursia sta insistendo molto su due libri di un giovane autore; i libri sono L’ultimo cuba libre e All’inferno di vado in porche.
i libri, io, li ho solo sfogliati. ma mi sembran figli di un certo giovanilismo alla buona che si trova in certi blog.
i blog con scopate, rutti, sbornie facili pare che attizzino.
Marco Valerio, sì (è che io per ora con nomi romani e imperatori riesco solo a toppare, vedi anche da me)
Dev’essere una forma allergica
Chissà che questo argomento abbia raggiunto la sua esaustività.
-Forse sì, se si pensa al fatto che possa ritenersi un dato oggettivo che lulu, o chi per lulu, sia uno strumento, e niente altro, venduto -ahimè- malissimo e con troppi fiocchetti colorati sopra.
-Forse no, senz’altro no, se invece si pensa a tutta la questione etica che ci gira intorno. Alle persone che popolano il mondo della fruizione letteraria, nel dettaglio.
Sembra quasi si possa finirla pari e patta con, da una parte, il mondo dell’editoria, coi suoi fenomeni alla Melissa P., alla Saviani, alla Mocci (et cetera e rimanentissimi altri); dall’altra un altro business che è al centro dell’editoria stessa: quella di seria A (se si volesse usare la brutta bestia della categorizzazione) con tutti gli strumenti di marketing (perché sopratutto le grandi editrici applicano il marketing) che sono volti a far vendere le migliaia di copie al personaggio che, col marketing, sanno creare, piuttosto che il romanzo dell’autore.
I sistemi, li intravedete anche voi, sono tra i più disparati. Intorno all’editoria, quella con la E maiuscola, le leve del marketing si utilizzano a suon di gettoni: per l’articolo su quella rivista, piuttosto che su quell’altra. Ruotano i produttori annoiati di far gli attori (chi è, la Neri, il produttore di Melissa P.?) Potrei persino arrivare a pensare, visto che sono una serpe, che ruotano anche i venditori di lucchetti se non, per loro, le aziende produttrici degli stessi, se non fosse così banale.
Io non credo che ci siano libri più vendibili di altri. Con strumenti di questa portata, ogni libro diventa vendibile. Mi piacerebbe pensare si tratti di fortuna, visto che non credo si possa tirare in ballo la parola meritocrazia, se non fosse che tra quelli citati, ma potrei citarne altri come anche tutti voi, credo, il mio libro, quello che mi piacerebbe leggere non c’è.
Poi è chiaro, c’è tanta bella narrativa quasi sconosciuta in giro che non viene pompata. Io ultimamente acquisto libri quasi esclusivamente di case editrici medio-piccole, tutti autori pressoché sconosciuti.
E a proposito di pari e patta, l’avvocato hermans J ha colto l’invito a parlare del fenomeno lulu da un punto di vista legale. E, come rilevato, non essendoci nessuna denominazione ufficiale ‘scritta’ circa la parola ‘casa editrice’ e simili, lulu esce assolto in quanto estraneo ai fatti.
il link di Hermans:
http://abcdiritto.blogspot.com/2007/05/la-vera-natura-di-lulu-editore-o.html
Ho un po’ bisticciato con parole e concetti. Spero di essermi capita almeno io.
Rr
rita bonomo, sei stata chiara.
la vendibilità di un libro è – si dice – figlia del passa parola.
libri non cacati (piaccia o non piaccia Va dove ti porta il cuore è libro che si è fatto una pippa dei commenti negativi; piaccia o non piaccia Il venditore di aquilone ha venduto 20mila copie senza nessuna recensione, prima) riescono comunque ad arrivare al lettore.
provo, io, a introdurre un altro argomento.
oggi è più facile pubblicare chessò, rispetto ai tempi di Morselli; forser Morselli avrebbe trovato un Fernandel, un Sironi, un Pequod, e non si sarebbe ammazzato.
oggi è più facile perché ci sono un numero impressionante di case editrici: 4000.
una casa editrice per ogni libreria.
lasciamo perdere quelle a pagamento.
ma aumentano le case piccine che stampano 500 copie, o giù di lì.
ora, guardiamo cosa sta facendo la grande editoria.
la grande editoria sa che sono pochi, e sempre meno oggi, i titoli che arrivano a venedere 1000 copie.
ripeto 1000 copie.
la grande editoria sa anche che dei 170 libri che escono ogni giorno, il 40 per cento – ripeto il 40 per cento – risulterà invenduta. copie omaggio e basta. copie ricordo a mamma, fratelli, figli.
ebbene, a fronte di tutto ciò la grande editoria che fa?
aumenta il numero dei titoli.
mondadori e piemme pubblicano di più (ma non so con quali criteri).
ecco cosìè l’editoria, oggi.
confesione e contraddizioni.
i pochi libri che vendono tanto bastano ad arricchire i colossi che, inoltre, possono stampare a costi bassi e, soprattutto, hanno in mano la distribuzione.
confusione e contraddizioni.
chi legge per esempio i manoscritti a mondadori?
no di certo parazzoli (correggo: non credo).
li legge lo sbarbatello di 25 anni.
se arriva il capolavoro che strumenti avrà per passarlo in seconda lettura?
(tanto per dire: avoledo e colombati e di fulvio e garlini e paolo nori, oggi pubblicati dai colossi, sono stati scoperti dalla piccola e media editoria).
discussione infinita, lo so…
passo e chiudo (stavola veramente).
buon wek end
@Rita
giuridicamente lulu non dichiara di essere un editore… però non esce del tutto assolto… “moralmente” almeno … dichiarazioni spicciole… come “nessun controllo sei tu l’editore e tu hai il controllo” … ecco … se volessivo ben guardare… in che tipo di contesto si muovono?
secondo me c’è una piccola cosa al margine… lulu… finisce così per amplificare del discredito sull’editoria … proprio contestando quelli che forse sono i suoi punti forti :
1) il controllo;
2) il ruolo dell’editore;
io ricordo ad esempio quando senza nessuna esperienza mi sedevo accanto alla paziente professoressa che leggeva il mio articolo prima della pubblicazione… e ricordo con quanta tenerezza mi suggeriva dei piccoli aggiustamenti… ed a distanza di tempo non posso che pensare quanto fosse prezioso quell’aiuto che a quei tempi sottovalutavo…
chi ha pubblicato finalmente il suo libro… tralasciando i casi discutibili… ha scoperto che la comunicazione è un arte con se stessi innanzi tutto… tralascerei anche la questione dell’autore costruito… perché dei libri che almeno porto io nel cuore… penso a Orten… per citarne qualcuno che non appartiene alla grande enfasi…
ecco… se non ci fosse stata l’esperienza di chi controlla le nostre bozze… che ci e’ passato prima di noi… ha fatto la sua esperienza con la comunicazione… dove sarebbe andata tutta la nostra civiltà solo orale ?
secondo me … lulu… trasferendo il concetto “open” tipico del software a quello della cultura… non gioca a premiare il reale valore [cosa per altro auspicabile ma forse con una dose di moderazione altrimenti libri straordinari costerebbero quanto i gioielli
e libri esordienti costerebbero così poco da non ripagare neanche le spese
] … ecco … per dire che se c’é un problema di mancanza di coraggio nell’editoria… a causa dell’aumento del lato “impresa” a scapito di quello “cultura”… purtroppo dovuto anche al nostro comportamento… di lettori di nicchia… ecco… questo non giustificata messaggi provocatori ma che per orecchi poco avezzi a receperli risuonano come “dogmi”…
questo per dire che dobbiamo accettare i ruoli… e che trovo giusto che ci siano… che l’editore faccia il suo mestiere e selezioni il materiale che intende pubblicare… trovo scorretto che automaticamente si dica quell’editore non pubblica perché ha il suo circoletto… e mi pare che lulu… in certe sue affermazioni… voglia dire che restituisce la visibilità che qualcun altro ha tolto… e questo non assolve “moralmente” lulu… perché come sottolineavate tutti voi… si fa leva sulle “fregole” di pubblicare… ma così si danneggia l’editoria perché… uno “strumento” non può parlare a nome di un mondo che appunto tiene distante da se… la critica è accettabile quando viene da un pari… questo per dire che mi sta bene quando un “vero” editore parla dell’editoria e riceve critiche da altri “veri” editori… ma quando una copisteria virtuale critica il mondo dell’editoria offrendo un servizio… ecco… mi pare si facciano più danni in nome di una parola “open”… che a volerci ironizzare attorno… non indichi solo una porta lasciata aperta agli spifferi…
io attendo l’editore libero che sia anche digitalizzato per carità non mi spaventa il futuro… mi spaventa l’ipocrisia che veste il mostro di “ieri” come il “futuro”… mi spaventa l’uomo… o la donna fate voi… non faccio discriminazioni… errare è l’errato mio messale…
.:. hermansji
@Remo, l’altra faccia della medaglia, infatti: la distribuzione. Una faticosa e, spesso, incoltivabile chimera per i piccoli editori. Ma anche su questo argomento, per quanto immagino ci sia tanto da dire, non ho le competenze per intervenire. Sarebbe interessante sentire Valerio Fiandra (mi pare si chiami così) che, se non sbaglio, è, o è stato, un editore.
@hermansji, grazie delle spiegazioni. Esaustivissime. In realtà m’interessava pure quella cosa del 20% di cui parlavi al LitCamp.
@Mauro, buongiorno.
buongiorno Rita,
ciò che ho letto qui fino ad ora mi conferma nella convinzione che prima e più profondamente della questione “mercato”, ci sia stata la rinuncia dell’editoria istituzionale al proprio ruolo di componente intellettuale imprescindibile in un contesto culturale sano.
Che poi la rinuncia sia stata indotta, come dire, provocata per accelerarne l’abdicazione, oppure l’editoria sia collassata per l’incapacità di leggere i cambiamenti che nel frattempo erano intervenuti, è altro discorso.
Ho letto con estremo interesse i vostri interventi. Se mi è concesso, vorrei dire la mia su due cose, agganciandomi agli ultimi 3 interventi.
Scouting. Remo non dice una cosa giusta, riguardo ai ‘lettori’ delle major. I venticinquenni vengono usati per editing, formati, grafica, traduzioni, ma non per fare scouting. Certo svolgono anche funzioni da “lettori”, ma raramente hanno autonomia di scelta. Il fatto è che se non ti “presenta” qualcuno (autori che hanno già pubblicato con la major, registi, gente nota) o qualcosa (si è pubblicato un libercolo per un’editrice piccola ma che ha venduto un po’ e, cosa fondamentale, qualche giornalista ne ha parlato), è difficile che il manoscritto venga letto. A Mondadori ne arrivano quasi 100 al giorno: un’enormità.
Mediamente il lettore italiano (quello sopravvissuto all’ipermedia, al delirio borghese 9-18 lavorativo, e uscito indenne dalle defilippi) ha tra i 35 e i 50 anni. La scelta della major, quindi, verte su questo target. A questa scelta si aggiunge il fenomeno mediatico del momento o il passaparola tipicamente adolescenziale o post-adolescenziale. Non a caso, i lbri più venduti negli ultimi 10 anni sono libri con un linguaggio immediato, semplice, i concetti sono cose note e arcinote (Va dove ti porta il cuore, Cento colpi di spazzola, Volevo i pantaloni, Tre metri sopra il cielo,…) o libri ‘politici’, di costume, sociali, scritti da giornalisti, de gente del mestiere.
Il caso di Saviano (Gomorra) insegna. E’ bastato che Eco al TG dell 13 facesse un appello (“Non lasciamolo solo”) in relazione alle minacce ricevute dalla camorra (ma saranno state vere? o era solo un’idea di comunicazione come un’altra?) ed ecco che in una settimana GOmorra vende 200.000 copie. Che poi, a latere, vorrei dire che ero prevenuto nei confronti di questo autore, ma mi sono ricreduto. Svolge un lavoro serio e pericoloso, e Gomorra è solo una parte di quello che lui fa da anni.
Lulu non è altro che una stamperia, un servizio. E come tale può essere usata da chiunque. Assimilabile a una casa editrice a pagamento, di quelle che miracolosamente ti scelgono se ti compro un centinaio di copie e sborsi tra i 1000 e i 2000 euro (alcune ‘stamperie’ sono + esose:)). Io direi di usarla in casi di scoraggiamento, delusioni, rifiuti perpetrati ai ns danni per almeno trent’anni
)) Prima è meglio provare con case editrici serie.
Vero Mauro, verissimo: non esistono più tanti Giulio Einaudi. Però esistono. E non sono soltanto di case editrici piccole, senza distribuzione, che così è più semplice seguire da vicino l’autore. Penso a Meridiano Zero e a Minimum Fax, che proprio piccolissime non sono. Be’, a me m’hanno fatto sentire manco fossi Italo Calvino, per la premura che hanno anche solo per farti domande sul tuo lavoro.
Luigi (chiamarti gigio mi fa impressione, scusami), mi sono fatto l’idea che in questo caso la realtà sia sommatoria, non binaria. Per semplicità del mio comprendonio direi che quelli che mi hanno mandato una lettera con un cortese rifiuto leggono i manoscritti, quelli che non hanno nemmeno mandato la lettera non li leggono.
Mi metto subito al lavoro, sul mio chiodo mi manca sia la lettera di Meridiano Zero che quella di Minimum Fax…
(si fa per scherzare in attesa che tu riceva risposte più sensate…)
gigio,
sullo scouting. tu dici che sbaglio, che non è vero che le grandi case editrici fanno vedere i manoscritti a ragazzotti incompetenti e pagati poco.
infatti sbaglio.
nella migliori delle ipotesi le case editrici fanno vedere i manoscritti ad editor giovani, cococo, che magari si rivelano competenti (è il caso di una editor, che conosco, che a 28 anni ha letto centinaia di manoscritti per Piemme, segnalando due esordienti che sono statoi pubblicati).
solitamente le grandi case editrici non leggono i manoscritti.
solitamente ne chiedono a
1. agenti letterari
2. scrittori conoscenti
3. service, soprattutto service (dove lavorano, come al solito, ragazzotti).
una volta ho chiesto (lamentandomi) a un colonnello dei carabinieri: ma perché metti (gli davo del tu) come piantoni o come centralisti gli zucconi?
mi disse: vuoi che li impieghi in operazioni delicate?
nelle case editrici funziona più o meno così.
non si possono impiegare troppe energie (leggi soldi per pagare) nella lettura dei manoscritti.
piuttosto, la discussione sull’editoria dovrebbe proseguire in un altrro modo, credo.
con nomi e cognomi.
prima ho parlato di Piemme, del gruppo mondadori,
potrei dire di mursia, di sironi, di fernandel di case che, insomma, conosco.
potrei dire altro, che mi han detto agenti letterari: ce ne fosse uno che intervenisse qui direbbe cose da farci restare a bocca aperta.
mauro, per sentito dire:
minimun fax legge nell’arco di un anno (come Sironi del resto), meridiano zero legge in non so quanto tempo.
legge anche fazi.
sellerio so che risponde ma non so se legge.
marslio e marcos Y marcos non leggevano: ma se io avessi un manoscritto in cui credo l’invio lo fare lo stesso.
così come proverei con stampa alternativa: manderei un pacco all’attenzione del boss, marcello baraghini.
poi ci son tante piccole case editrici di cui so troppo poco per dire.
una volta uno scrittore mi ha detto: bompiani impiega tanto tempo a leggere, magari anche 5 anni, ma legge. meglio evitare, direi (fosse vero).
mursia legge: legge Fiorenza mursia in persona. Mursia chiede un capitolo e il piano dell’opera. Se ciò che viene inviato piace, chiedono un seondo invio. C’è una seconda lettura, poi, di una persona con fiuto; se c’è l’ok di questa, il libro passa in terza lettura: alcuni collaboratori di Mursia leggono e fanno una relazione. A qul punto si decide.
Macchinoso che sia questo sistema porta alla pubblicazione nell’arco di tre anni.
(Lo racconto per esperienza diretta).
poi dipende da cosa si scrive.
il genere giallo oggi è richiestissimo. chi scrive gialli (a volte anche gialli-cagate) ha più possibilità di altri di ricevere la promozione di scrittore, sul campo.
se si scrivono “cose” surrealiste si può provare con Zandegù, la cui editrice è l’editrice più giovane: ha 23 anni, mi pare, 24 al massimo.
anni fa su ozoz avevo fatto una ricerca, segnalando gli editori che leggono.
è tutto da rivedere, credo.
una casa editrice non è mai un qualcosa di statico; basta che cambi il direttore editoriale ed è come se fosse un’altra casa editrice.
Abbiamo appena ascoltato la tua lettura del racconto di Effe. Hai ragione, la viva voce amplifica le emozioni.
Io forse sono uno degli ultimi arrivati nel “girone” degli emergenti, perché è da poco più di 1 anno che cerco seriamente di pubblicare. Forse allora avrò le fregole o non avrò le idee chiare, però su Lulu vorrei dire un paio di cose:
- Conosco tanti scrittori che hanno pubblicato con piccoli editori (anche piccolissimi) vendendo poche centinaia di copie… e che vanno avanti pubblicando altri libri con piccoli editori. Io ritengo di saper scrivere (sarà qui che sbaglio?) e di avere le capacità per editare e presentare un mio testo. Alla fine il lavoro di editing fatto da me non sarà perfetto come quello fatto da un professionista che se ne occupa da una vita, ma non credo di essere così scarso. Ho anche alcuni amici che mi aiutano con le bozze, e mi segnalano eventuali refusi. Insomma, perché un piccolo editore deve essere necessariamente “meglio” di me?” Perchè io non ho ancora la partita IVA da editore? E quello che ho detto credo che valga per molti (non tanti, molti ^^) autori che hanno deciso di seguire la stessa strada.
- Lulu è uno strumento. Io metto in vendita i miei libri, sperando che il blog attiri qualche lettore e di conseguenza un minimo rientro economico (che reputo sia sacrosanto, visto l’impegno che dedico alla scrittura). Poi continuo a cercare ANCHE un editore cartaceo, e se lo trovo posso togliere il libro da Lulu. Perché è sbagliato, questo? Perché devo pormi il problema etico che un editore che ci mette 1 anno solo a mandarmi a cagare si senta offeso perché ho deciso di essere un autore anche senza la sua benedizione? Mi sembra anzi sbagliato fare il contrario, rinunciare a utilizzare degli strumenti che gli scrittori di una volta non potevano nemmeno sognarsi (chi avrebbe immaginato Internet, già 100 anni fa?). Che un editore mi scarti a priori solo per aver utilizzato gli strumenti a mia disposizione mi pare assurdo e forse in fondo a non pubblicare con lui non mi perdo niente… voi che dite?
Scusate se suono antipatico o arrogante, non era intenzione… è che su questo argomento mi scaldo un po’ ^^
Simone
Ciao Simone.
non sei antipatico, e ben venga quello che pensi, il guaio sarebbe se stessimo qui a darci ragione l’un l’altro.
non so dirti se sei presuntuoso, anche se mi viene da dire banalmente che se un editor fosse solo un correttore di bozze, e non un professionista con molte più competenze e capacità, gli editori ne farebbero sicuramente a meno.
sono invadente se ti chiedo quanti anni hai? che qui più che scrittore emergente sarei più come dire… tipo nautilus…
Visto, ne fai 32 tra dieci minuti. beh, auguri.
Chi scrive non deve avere fretta.
Mentre si lavora a un romanzo si possono inviare racconti a riviste, cartacee e online. Da loro i tempi di lettura sono quasi immediati e soprattutto leggono quello che gli arriva.
Alessandra,
mi sa che hai colpito uno dei bersagli più grossi: il rapporto tra il tempo della scrittura e la percezione del tempo della gratificazione.
L’abitudine all’immediatezza della comunicazione spesso viene spostata anche su ciò che per definizione è un progetto lanciato nel futuro quanto più lontano possibile.
Bo’… quello che dico sempre è che se questi editor ed editori fossero tutti così bravi, in libreria ci sarebbero solo bei libri, no?
Grazie degli auguri!
Simone
mettendo i quadri al posto dei libri il risultato non cambia.
proprietà commutativa del fareperchiperchépercosa.
siimi sereno.
bacione
ciao Francesca,
mi fa piacere leggerti a questo proposito, perché so che abbiamo un approccio simile al problema: non ti chiedi infatti quanto possa renderti un tuo quadro, ma preferisci saperlo in mano a chi lo sappia apprezzare…
sonoti serenissimo, ancorché anti secessionista
bacio
A me era piaciuta la definzione dell’amico bravuomoArsenio,
il quale defini Lulu quale “stampante remota”…
MarioB.
“Il caso di Saviano (Gomorra) insegna. E’ bastato che Eco al TG dell 13 facesse un appello (”Non lasciamolo solo”) in relazione alle minacce ricevute dalla camorra (ma saranno state vere? o era solo un’idea di comunicazione come un’altra?)ed ecco che in una settimana GOmorra vende 200.000 copie. Che poi, a latere, vorrei dire che ero prevenuto nei confronti di questo autore, ma mi sono ricreduto. Svolge un lavoro serio e pericoloso, e Gomorra è solo una parte di quello che lui fa da anni.
dice qualcuno nel thread
quando si scrivono delle puttanate del genere e nessuno dei commentatori seguenti replica, cosa significa? che si è assuefatti alla banalità? Che nel mondo dei blog, in una sorta di serie b del pensiero e del letterario, si possano impunemente dire cazzate del genere?
a me questo spaventa. A voi?
effeffe
un po’ inpegnato io in questo momento, perciò chiedo scusa a Mauro se non sono ritornato su questo post.
@ Remo: beh, non so. è evidedente che abbiamo esperienze diverse. Se è pur vero che tra le fonti di approvvigionamento ci sono quelle che hai indicato tu (agenti, service, segnalazioni), i direttori di collana delle grandi casi editrici leggono, e leggono anche tanto (non generalizzando, ovvio, ma ci sono).
@ forlani: non c’è bisogno di salire sul trespolo. quali sono “le puttanate del genere”? Spiegati meglio per favore. Non si capisce se la “puttanata” sia la storia di Eco, o il fatto ce Saviano svolge un lavoro serio.
Serie B del pensiero letterario lo trovo poi offensivo e gratuito, sopratttuo se non si conosce l’interlocutore, chi è, che fa. Atteggiamento tipico del Web, dei blogger; già, conosco.
Se il tuo intervento Forlani riguarda la ‘qualità’ di Gomorra, a tal proposito, vorrei segnalare questo articolo di Christian Raimo (Gli Autori-Mondo) prioprio su Nazione Indiana (http://www.nazioneindiana.com/2007/01/08/gli-autori-mondo), molto interessante per quanto riguarda la definizione, poco onesto, a mio avvio, per tuttto il resto. Tra i commenti c’è un mio intervento (inutile, per carità), ma quelli interessanti sono gli interventi di Soriano e Iannozzi
Saluti a tutti.
lrc
Da LA REPUBBLICA
“ROMA – «Non lasciamo Saviano solo come Falcone e Borsellino. Qui non servono appelli alla solidarietà degli scrittori. Ci vuole un intervento dello Stato perché in questo caso si conoscono persino nomi e i cognomi di chi minaccia».
Così Umberto Eco, romanziere, saggista e semiologo, ieri sera con un appello al Tg1 è sceso in campo a fianco dello scrittore Roberto Saviano [...]“
Intervista di Enzo Biagi a Roberto Saviano
PRIMA PARTE
SECONDA PARTE
Ora, dal momento che mi reputo un uomo intelligente, posso anche suppore che mi sfugge qualcosa dall’intervento di Forlani. Pregherei Francesco cortesemente di spiegarmi dove stanno le cazzate, dove sta il pensiero di serie B.
Sull’attività di Saviano basta fare una ricerca su Internet.
Sulla camorra, vorrei segnalare (tra i milioni di altri che ho letto, e senza contare che io sono di Nola (NA), patria del famoso Pascalone e del più ‘moderno ALfieri)
GIGI FIORE (Camorra, Utet)
Tutti gli articoli della CApacchione su IL MATTINO
e almeno Paliotti
rinnovo i saluti.
“E’ bastato che Eco al TG dell 13 facesse un appello (”Non lasciamolo solo”) in relazione alle minacce ricevute dalla camorra (ma saranno state vere? o era solo un’idea di comunicazione come un’altra?)ed ecco che in una settimana GOmorra vende 200.000 copie”
Tutto questo non è affatto vero. Non è vero che Gomorra abbia venduto
200 000 copie nella settimana successiva alla dichiarazione di Umberto Eco. Roberto era molto letto prima delle minacce della camorra e continua ad esserlo, ringraziando iddio, dopo.
Ma saranno state vere?(le minacce)
Quest’allusione camorristica mi fa saltare i nervi ti assicuro, uno perchè l’ho sentita troppe volte, due perchè Roberto è sotto scorta da allora e la cosa è (1) non facile perchè vorrei vedere voi a “costringere” dei ragazzi a seguirti ovunque con il sentimento di mettere in pericolo la vita altrui o comunque di condizionarla, (due) perchè una scorta non la si attribuisce se non esistono motivi seri.
il chi sei tu, come ti permetti, cito qui cito lì, non è essenziale discuterne, .
Quello che ho visto e sentito a Torino al litcamp, quello che ho voluto vedere e sentire,ma forse sono un inguaribile entusiasta, è l’esistenza di una comunità che non rifletta nel proprio piccolo le invidie, i livori, della massima serie (A) le case editrici, il milieu, l’editoria. E te lo dice uno da sempre convinto che quando si scrive per i blog si è su una marcia in più, forse, sicuramente su uno spazio autorevole quanto quello della carta stampata.
effeffe
@Carrino
qui ci sono degli spunti altrettanto interessanti. fà finta che io non ci sia qui dentro, che sia un altro a parlare…
effeffe
http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001927.html
http://www.nazioneindiana.com/2006/06/05/kalashnikov-kafe-vs-roberto-saviano-ii-parte/
http://www.nazioneindiana.com/2006/05/23/ce-vespa-e-vespaa-proposito-di-roberto-saviano/
http://www.nazioneindiana.com/2006/10/19/terra-gianluca-limatola-e-paolo-graziano/
http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2007/02/un_anno_di_piu.html
A Rorscharch darebbero DD: ossia ‘na macchia tanta grossa e uno vede il dettaglio intramaculare…
Vabbè-
@Forlani:
- letto il tuo intervento, continuo a non capire dove sta la serie del pensiero e del letterario . Intanto in coda alla parte che citi, riportiamo anche l’altra:
“[..] Che poi, a latere, vorrei dire che ero prevenuto nei confronti di questo autore, ma mi sono ricreduto. Svolge un lavoro serio e pericoloso, e Gomorra è solo una parte di quello che lui fa da anni”.
Ho riportato l’intervista con Biagi, l’intervento mio su Nazione, e questo sopra, non mi pare vogliano dequalificare il lavoro di Saviano, anzi.
Fin qua spero ci siamo, spero. E mi pare che siamo pure d’accordo, o no?
- Secondo. Che abbia venduto 200.000 copie in una settimana, dopo l’intervento di Eco, non lo dico certo io. In Nazione credo ci siano editor della mondadori, + informati di me. Puoi chiedere a loro, si possono ritrovare magari spezzoni di tg, di trasmissioni, dove si diceva questa cosa. Mi pare che Mondadori avesse fatto pure na faascetta in una delle ristampe (io non ce l’ho; io l’ho comprato ad Aprile, quando è uscito)… Ma al di là del fatto che abbia venduto una o 5 milioni di copie dopo l’nterventodi Eco, il discorso era sull’effetto mediatico, non certo sul lavoro di Saviano (che ha tutta la mia stima e il mio rispetto). E di certo tu non mi negherari che l’effetto mediatico c’è stato, vero?.
TU HAI SCRITTO:” quando si scrivono delle puttanate del genere e nessuno dei commentatori seguenti replica, cosa significa? che si è assuefatti alla banalità?”
Scusa Forlani ma in tutto questo la banalità che c’entra?
– Terzo. Il libro di “Roberto” (come lo chiami tu) io l’ho letto. E in ogni cosa che riporta, anche le più ‘nascoste’, c’è sempre l’indicazione della fonte (non poteva fare altrimenti), che sovente sono atti di processi avvenuti, sentenze, cose pubbliche insomma. Il suo pregio è stato quello di collegare tutta una serie di fili che ai più sfuggono (ai mortali, alla gente che non è dentro queste cose). E di certo questo giustifica l’irritazione di alcuni capizona, capipiazza, di alcuni clan. Ora, al di là di questo, sempre perché è il contesto che genera il significato, io non intendevo dire che le minacce sono false. Ma intendevo riportare l’attenzione su un fatto di marketing, di comunicazione. Che di certo alla Mondadori vendere fino a mò 700.000 certo non gli ha fatto schifo, e che forse, il fatto che Saviano sia stato minacciato, sia stato un’ottima modalità di comunicazione del prodotto.
- “il chi sei tu, come ti permetti, cito qui cito lì, non è essenziale discuterne, . Non ho capito. Mi pare di aver dato le mie spiegazioni in modo educato (a differenza di te, che sei arrivato alle conclusioni su 3 righe) né mi pare di aver chiamato in causa curriculum o quant’altro. Ho solo detto “Serie B del pensiero letterario lo trovo poi offensivo e gratuito, sopratttuo se non si conosce l’interlocutore, chi è, che fa”.
- L’intervento sul LItcamp non so cosa c’entri, se non per la parte BLOg
“Atteggiamento tipico del Web, dei blogger; già, conosco”, vero lo confermo. E me lo conferma aanche il tuo atteggiamento. Che poi ci siano fior fior di bloggers con i controcoglioni, anche questo è vero.
“E te lo dice uno da sempre convinto che quando si scrive per i blog si è su una marcia in più, forse, sicuramente su uno spazio autorevole quanto quello della carta stampata”
Ma sei stato tu a dire: “Che nel mondo dei blog, in una sorta di serie b del pensiero e del letterario, si possano impunemente dire cazzate del genere?
a me questo spaventa. A voi?”
Ergo, mi pare sia tu il primo detrattore dei blog rispetto alla carta stampata.
- Grazie per la segnalazione. Andrò a leggere subito dopo questo post.
In ultimo (sempre se Mauro mi consente) vorrei dirti che le tu modalità di interazione sono offensive, e sepure ti posso riconsocere una certa indignazione dovuta al solito ‘sentito dire’ non ritengo tu abbia capito il senso del mio intervento. Hai peso un dettaglio di quello che ho scritto e da questo hai tratto conclusioni assolute.
Spero di essere stato chiaro, di essermi fatto capire, di non aver urtato nessuno. Perché con le polemiche, con i battibecchi sterili senza senso, non è che mi ci trovo bne + di tanto. Preferisco discussioni serene, se ne vale la pena.
L. R. Carrino
Ps:”Quest’allusione camorristica mi fa saltare…”
Per favore, stai attento con l’uso di certe parole. Grazie.
Quest’allusione camorristica mi fa saltare…” disse lui
Per favore, stai attento con l’uso di certe parole. Grazie
rispose l’altro
Lui non trovò nemmeno la forza di replicare. O forse non ne aveva voglia. Anzi, sicuramente doveva essere un errore cercare l’interlocutore in quel nome. Le cose dette e scritte erano sotto gli occhi di tutti, o almeno così gli sembrava, e facendo finta che niente fosse mai successo, che niente, soprattutto sarebbe più successo, perchè non ve ne sarebbe stata più occasione ,se ne andò.
- adieu- disse. Anzi lo pensò soltanto.
effeffe
ma perché questi due litigano?
io ho come l’impressione che sostengano lo stesso punto di vista.
senza libri è come vivere senz’aria!
E io che mi pensavo ™ d’esser nottambulo, a scriver post alle 2 del mattino…
A lei proprio, mancan giusto l’angoscia e un po’ di vino, neh?
M’auguro dorma almeno fino a mezzogiorno per recuperare (qua sarebbe un peccato mortale dormire ancora, vista la splendida giornata: si va con la bimba a Celleno ché c’è la Sagra delle ciliege).
Per intanto le segnalo aNobii, dove ho appena inserito nel mio scaffale virtuale il codice ISBN 88-04-31386-2, giustappunto.
Se le aggrada, le mando l’invito (è ancora in beta, il sitarello) così se vuole lo inserisce nella wish-list.