In paese c’è chi giura di sentirlo arrivare con giorni e giorni d’anticipo, ma nessuno ne parla davvero volentieri, anzi, a chi capita di giungere da fuori a una sola di ora distanza dalla sua partenza, pare che il vento abbia spolverato il cuore con i semi sottili dell’oblio. Eppure, anche volendo ignorare quella parte di supposizioni che sono come le stelle filanti che si attorcigliano intorno alle caviglie dopo la sfilata di carnevale, so – io che sono straniero come lui – che al suo apparire all’imboccatura del viale che porta in paese, sia gli uomini che la natura rallentano il passo e abbassano i toni come durante un’eclisse.
Al primo sguardo sembra grasso, quasi tondeggiante, con i capelli fini e radi portati all’indietro, piegato sotto il peso di un carretto coperto da un’incerata azzurra, lo sguardo sempre fisso sulla strada.
Se nessuno ne parla volentieri quando parte, molti ne sentono la mancanza quando si assenta troppo a lungo, così capita che ne parliamo tra noi e parlandone che salti all’occhio questa strana cosa: tutti conoscono la sua storia, ma è impossibile stabilire da chi ciascuno l’abbia appresa.
Tutti sanno che è votato agli affari come un predestinato. Negli anni ‘50 vendeva frigoriferi, negli anni ‘60 televisori, negli anni ‘70 blue jeans, negli ‘80 telecamere, nei ‘90 azioni di compagnie telefoniche che gli erano costati anche l’elastico delle mutande. Da un giorno all’altro era sparito nel nulla. Molti lo davano per morto, ma la maggioranza era troppo impegnata a condurre una vita operosa e lo aveva semplicemente dimenticato. Non c’è mai tempo, mai; per la nostra gente perfino le vacanze sono più simili alle deportazioni che al divertimento. Da qui l’idea: a uomini e donne che non hanno mai il tempo per fermarsi a vivere, lui vende ricordi. Arriva nelle corti delle case dei bisognosi e infilando le mani sotto l’incerata ne cava quanto basta perché una moglie insoddisfatta, un figlio trascurato o un’amante esigente possano illudersi di essere stati altrove e felici, appagati non dalla ricerca del paradiso, ma dall’esserci già stati.
Ecco perché quando riparte, chino sotto il peso del suo carretto, dimenticarlo immediatamente è il pezzo più pregiato del suo servizio, così ciascuno può continuare ad illudersi che si esca dal solco solo montando su di un aereo o che per essere viaggiatori si debba per forza andare via da casa.

Forse il non fermarsi mai serve a non farci prendere coscienza di quello che siamo, forse sotto l’incerata c’è qualcosa per ognuno di noi che preferiamo vivere di ricordi piuttosto che vivere veramente, anche se questo vuol dire tirare un carretto coperto da un incerata azzurra……
Questa volta non parlo. Sorrido, gusto la rilettura e vado.
uuuuuuu………ce nessuno…….boh vi siente persi nei meandri degli exit polli, nelle proiezioniiiiiiiiii…. peccato!!!! Questa è un bell’ racconto ( e a chiamarlo racconto ci vuole coraggio) se non andrebbe perso!!!!! troppa paura dei nostri ricordi ????….baratro troppo profondo????? forza torniamo a parlare di noi che è meglio!!
Dacci dentro Mau
queste sono le tue storie che mi piaccino più di tutte…
Reliquie a domicilio.
al primo sguardo non si presenta bene, ad un secondo… nemmeno***
da tempo ho in animo di aprire n negozio, con l’insegna “Qui si vendono sogni – prezzi di realizzo”
giuseppe alba bartleby, grazie.
PP – santini on demand
mf – accetto col sorriso tutte le critiche.
effe – sull’insegna metterei “I cassetti si pagano a parte”
critiche? ma che dici? (ti spiego per mail, va…) ma guarda te…:)
mf – volevo fare il simpatico e ho toppato. xxx
Mauro…. tutt’appost;)*
[...] Leggi il racconto mentre ascolti [...]
vendere ricordi? che idea strana. Il problema è sbarazzarsene, casomai