Arturo il matto aveva una voce da tenore e un portamento da soprano. Si tingeva barba e capelli di nero e innalzava in cresta un doppio riporto duro, pescicagnolo, caramellato dalla lacca. Lo stesso faceva della punta del pizzetto e dei baffi, tinchi e appuntiti come delle Staedtler HB appena uscite dalla scatola. Sua unica divisa era una tuta rossa, sul tipo di quelle dei meccanici, ma attillata e piena di zip argentate. Gli stivaletti erano neri e lucidi, come i capelli.
Arrivava in piazza strombazzando sulla sua 131 mirafiori e frenava di botto davanti all’osteria che aveva fuori più gente. Allora scendeva in corsa lasciando che la macchina procedesse da sola a due all’ora e arringava la folla che non si perdeva lo spettacolo per nulla al mondo, estate o inverno che fosse.
Vuoi perché il discorso era sempre lo stesso, vuoi perché non si può prendere sul serio uno che sembra un cartone animato giapponese, nessuno ascoltava davvero le parole di Arturo che trapassavano perfino il vetro blindato della gioielleria. Nemmeno io, che le ho sentite decine di volte, sono in grado di ripeterle con esattezza, ma ne ricordo il senso: cominciava battezzando morti i suoi coetanei, responsabili a suo dire di avere rinunciato a futureggiare e li ammoniva di ripensarci, di smettere di essere ascolto-guardatori e tornare interrogatori -domandativi. Calcava poi la mano sul fatto che non sarebbero stati loro le vere vittime del complotto, ma i loro figli, e i figli dei figli, perché avrebbero scorto in noi e soprattutto in quelli dopo di noi, un vuoto di essereessenza, di domandanza e di ribellanza. Per questo, sarebbero rimasti loro stessi annientati dall’improvvisa violenza della nientenza che, come sanno tutti, è la malvagità peggiore.
Poi concludeva, questo sì lo ricordo bene, con un roboante «Siete delle anime corte!» e a precipizio raggiungeva la sua 131, saliva prima che facesse danni e usciva ridendo dalla piazza.
Una volta, per inaugurare il nuovo (e allora unico) semaforo del paese, Arturo scese in corsa e lasciò che la 131 passasse da sola con il rosso. Il Comandante dei vigili guardò la macchina, poi lui e sembrava indeciso su chi fermare per primo. Arturo gli si piantò davanti con le mani sui fianchi deciso ad arringarlo. Il Comandante non gli diede tempo e cominciò a cazziarlo per primo, forse non sulla stessa ottava del nostro, ma quasi. Purtroppo l’oratoria pretende grande controllo e il povero vigile più urlava e più s’infervorava: non potete immaginare che cosa ne fu della sua faccia gonfia quando capì che Arturo gli stava pisciando sulle scarpe.
Sul giornale c’era scritto che gli avevano dato sei mesi di gabbia perché era incensurato, perciò il fine settimana successivo era di nuovo in piazza a non essere capito da noi anime corte. Non risulta che gli avessero messo la multa per essere passato con il rosso.
Darei chissà che cosa per rivederlo ancora una volta vivo, a contemplare quanto siano andate vicine al boccino le sue palle lunghe che parevano perse da quanto le aveva tirate lontano.

sarà che gira ’sta maledetta condizionanza e, per via della congiuntivanza, ormai s’è tutti ammorbati..contagiati dall’imperfettanza
a me andrebbe anche bene esser domandativa, ma esistono ancora i risponditivi?
basterebbe essere domandativi, secondo me, ma di questi tempi è tutta una censuranza e rancorosa ingrigita.
ma non è una discrepanza / che a guardare in lontananza / vedon meglio e con costanza/ i matti (grazie alla mattanza)
Mi pare che in merito alla nientenza il tipo non avesse poi così torto…
Abbiamo parlato di persone un pò folli ma simpatiche tutti e due. Strana coincidenza. Sarà che sono loro i veri saggi in questo momento?
Un bacio M.
non ho avuto conoscenza di questo Arturo…..ma ce ne fossero…
meglio lui che sta melensa purea di opininisti politicanti che ammorbano, con il loro pseudopensiero cartacreditizio sacrocenerizio, qualsiasi scintilla di puro e libero pensiero!!!!!!
e comunquemente come diceva mio nonno….”manicomio xe scrito par fora”
e comunquemente meglio i matti (forse i veri saggi??) che questo mondo di sani che si preoccupano se muore una gallina a kiev, e si sono già dimenticati,(o non hanno mai voluto sapere) che al petrolchimico di marghera, di pensionati ce ne sono veramente pochi…chissa perchè…..
buone cose….
anime corte… quanta verità! bacitanti
essere troppo domandativi non è forse anche indice di arroganza?
e la risultanza?
l’arroganza è assertiva, secondo me, la domandanza è violenta, semmai
detta così hai ragione.
io pensavo a una domandanza nel senso di pretendenza.
colpa mia, errore di spieganza, dovevo dire “chiedenza”
C’è la costanza della ricordanza che impone una riflettanza sulla mattanza.
Mattanza che ha sempre una spieganza, oltretutto ganza, che consiste nella ricorrenza all’ambulanza quando l’accorgenza diventa influenza.
(lasciarsi influenzare da un matto fino a sospettare che vi sia una intelligenza nascosta che interpreta la realtà in maniera diversa ma non per questo aliena significa dare di matto?)
Io mi accontenterei di un po’ di tolleramento.
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