Un vecchio mugnaio del Ku Klux Klan, sentendosi vicino alla morte, fece impiccare in paio di schiavi che in gioventù erano stati molto cari alla compianta moglie. Poi mandò a chiamare i suoi tre figli.
Al primo, che amava più di un figlio, regalò il suo mulino bianco. Al secondo, che amava come un figlio, regalò il suo rarissimo asino bianco. Al terzo, che amava meno di uno dei due schiavi appena impiccati (non ultimo per una certa somiglianza tra i due), regalò un gatto nero. Siccome il mugnaio era superstizioso, dopo aver consegnato il gatto al figlio minore si diede una toccatina: purtroppo così facendo si sfilò la flebo e morì.
Dei due fratelli maggiori la favola non dice di più, anche se alcuni folletti abili ad aspirare notizie li segnalano a Dallas nel 1963 e a Memphis nel 1968, forse ad attendere ad alcuni compiti affidati loro dal padre nel testamento.
Dopo il funerale il terzo figlio si baloccò col gatto per l’intero pomeriggio. Verso sera il gatto stremato disse:
«figlio mio, sei tutto tuo padre, credo sia giunto per te il momento di prendere moglie»
«ma… ma tu parli!»
«parlo, ma se continui così urlo. mica voglio mangiarmi il sussidio di disoccupazione in preparazione H®. diamoci un taglio.»
Lo stupore del giovane fu enorme, ma ancora più impressione gli fece ascoltare l’intero piano del logorroico felino sulla strategia da adottare per: A) abbindolare il re fingendosi un marchese derubato B) sedurre la figlia e il sovrano con il suo aspetto sano e piacevole C) fregare tutte le terre e le ricchezze all’orco D) sposare la principessa e diventare ancora più ricco di quanto non fosse già al punto C. L’unica raccomandazione che il gatto fece al giovane fu di non contraddirlo mai. Si ode in lontananza giungere la carrozza reale. Cloppete cloppete cloppete (molto equino vero?)
«aiuto! aiuto! prestate soccorso al marchese di Carabas che è stato rapinato e lasciato in mutande»
«guardie a me! arrestatelo»
«ehm… chiedo venia sire, ma non si usa più soccorrere i viandanti?»
«si usa, si usa, ma da quando Robin Hood mi ha tirato il bidone con questo trucchetto da mentecatti non abbocco più.»
«ma sire, il mio padrone…»
«senti, gatto dei miei pitali, qui i nobili li faccio e li disfo solo io. non mi ricordo di aver mai investito un marchese negro mezzosangue o come vuoi chiamarlo. ah! ti stupisci che io me ne sia accorto? ma che ti credi, vado al cinema, io. anzi, è il cinema che viene da me! Anche se quel film è stato peggio di Robin Hood…»
Il gatto nero tuttavia non si perse d’animo e si recò in ogni caso al castello dell’orco, giusto per salvare il salvabile. Lo so, vi aspettate che anche qui il nostro eroe fallisca, non riesca a fare fesso l’orco e a far proseguire la storia. Quasi. Quando infatti il gatto sfidò l’orco a trasformarsi in topolino, l’orco (che era un mostro originale e piuttosto colto) in un baleno si tramutò in una graziosa vetturetta marchiata fiat, poi in un giornalino pieno di pubblicità della mondadori e solo alla fine cedette alle proteste dell’ospite diventando un grazioso sorcetto. Finalmente il gatto lo mangiò e incamerò tutte le sue ricchezze. Tutto a posto quindi? Neanche per idea! La tassa di successione era stata abolita solo da padre a figlio consanguinei, così il giovane marchese di Carabas dovette dissanguarsi per pagare sia la successione dall’orco che quella dal mugnaio. Ora di sera erano sempre loro due (neri), la fame (nera), più gli stivali delle sette leghe dell’orco (nell’ordine: lega professionisti, lega dilettanti, lega veneta, lega nord, lega rdunord, lega leggera e lega latine).
Il mattino successivo la figlia del re andò a primule proprio dove i due miserabili, sfiniti, si erano addormentati. Il primo a risvegliarsi fu il ragazzo al quale non sfuggì il particolare interesse che la ragazza dimostrava per gli stivali indossati dal gatto. Il gatto medesimo intanto si svegliò e sussurrò all’ex marchese «fai qualcosa, dille che siamo ridotti a picchiare la testa negli alberi dalla disperazione», sperando così che la pietà riuscisse dove la furbizia aveva fallito. Memore del detto afroparmigiano che recita “non dire caglio se non ce l’hai nel tetrapak”, e non volendo contraddire il suo mentore, il giovane afferrò il felino per la coda, lo fece roteare e gli sbattè ben bene il capino su di un robusto tronco di rovere. Prese poi gli stivali del defunto, li piazzò davanti alla principessa titubante e non appena questa si chinò per raccoglierli, la rapì. Risulta che vivano tutt’ora felici e contenti impippandosene della monarchia.
Grazie a questo ingegnoso stratagemma il fatto passò alla cronaca con il nome di “ratto con gli stivali”.
fine

