C’era una volta una bellissima fanciulla di nome Biancaneve che aveva da poco sposato un principe bello, alto e pieno di virtù. Un bel giorno, senza motivo apparente Biancaneve morì ed il principe, che non poteva accettare l’idea di seppellirla, la condusse nel bosco e l’adagiò in una bara di vetro dopo averla baciata un’ultima volta. Qualche tempo dopo, sette nani che avevano perso la voglia di lavorare, videro Biancaneve nella bara e cominciarono a vegliarla. Uno di loro scoprì che la fanciulla serrava tra i denti un pezzo di mela rossastra, scostò appena il coperchio, le forzò la mandibola e riuscì ad estrarre il boccone fatato. Oh gioia, oh giubilo, subito l’algida fanciulla cominciò a picchiare terrorizzata sul coperchio della bara, tanto che i nani dovettero sbriciolarla a picconate. Biancaneve fu grata ai nani per la loro dedizione, meno al principe che se l’era data a gambe, così decise di stabilirsi a vivere con i suoi nuovi amici. Per giorni e giorni lavò i loro panni, cucinò i loro pasti e dormì nei loro letti: vivevano felici e contenti. Un giorno una vecchina bussò alla porta di Biancaneve. Mentre la ragazza le preparava una tazza di the, l’avida sdentata rubò il pezzo di mela avvelenata (che la fanciulla conservava per i topi) e lo ingoiò. Subito fu trasformata in un’avvenente matrigna schiava del proprio narcisismo che fu condannata per l’eternità a fare uso di abiti attillati e a non riuscire più ad andare a ritirare la pensione.
L’episodio fece riflettere Biancaneve.
Quando finì di pensarci salutò i nani e attraversò il bosco. Lungo il cammino si accompagnò a cerbiatti, coniglietti e uccellini, ma furono amicizie superficiali. Ai margini del bosco conobbe un cacciatore al quale per un poco diede senza riserve il proprio cuore. L’uomo, a dire il vero un buon uomo, la ricambiò con un cuore di cerva e questo deluse parecchio l’ingenua fanciulla che non riusciva a non chiedersi che cosa avrebbe ricevuto se al cacciatore avesse donato un’altra parte di sé. Ripresa la propria strada, Biancaneve arrivò al castello di suo padre, un re buono e pacifico. L’uomo non stava nella panciera dalla gioia:
«Bambina mia, che gioia rivederti!»
«Padre! Che sventura è stata lasciarti!»
«Non importa mio dolce tesoro! Ora sei qui! E nel giorno più fausto per il nostro regno!»
«Perché padre? Che accade?»
«Mi risposo!»
«…»
fine

